Investire in obbligazioni italiane: c’è ancora valore?

11 Settembre 2013, di Redazione Wall Street Italia

MILANO (ADVISE ONLY) – Nell’ultimo anno, da quando Draghi ha fatto intendere che la BCE avrebbe fatto di tutto per preservare la tenuta della zona euro (il famoso “whatever it takes…“), le tensioni sui mercati finanziari si sono attenuate così come i tassi d’interesse. In qualsiasi modo si guardino i rendimenti dei titoli di Stato, tanto dei Paesi sviluppati quanto di quelli emergenti, si nota che sono estremamente bassi su base storica.

Gli ultimi 5 anni di crisi hanno senz’altro insegnato che sui mercati finanziari bisogna agire con prudenza e che gli eventi estremi possono cambiare le carte in tavola ad una velocità impressionate. Tenendo bene a mente questa lezione, lo scenario attuale impone una riflessione di fondo sull’intero comparto delle obbligazioni.

Conviene ancora tenere questa asset class in portafoglio?

Nonostante sia ancora presto per entusiasmarsi dei dati congiunturali favorevoli degli ultimi tempi, e salvo stravolgimenti sul fronte economico (situazione da non sottovalutare), ci stiamo avvicinando a una fase di riduzione della liquidità globale (che inizierà con il “Tapering“) il cui impatto sui tassi d’interesse sarà verosimilmente su scala globale.

Tuttavia, anche se in questo momento le obbligazioni non offrono particolari opportunità, può comunque essere necessario operare una scelta all’interno di questa asset class per mantenere un portafoglio ben diversificato. Per la maggior parte dei risparmiatori, infatti, sarebbe incoerente investire troppo in azioni se il proprio profilo di rischio non lo permette (prova a effettuare il Test del DNA finanziario per scoprirlo): una porzione, spesso cospicua, di reddito fisso è parte integrante di ogni portafoglio costruito con prudenza e perizia.

Dunque, considerando che le obbligazioni italiane rappresentano una buona fetta di portafoglio medio degli italiani, qual è il segmento più interessante?

Proviamo dunque ad analizzare la curva dei tassi d’interesse dei titoli di Stato italiani (da 3 mesi ai 30 anni, ricavata da BOT e BTP) utilizzando come metodo di valutazione il “Reversal” al fine di esprimere il valore e la variazione di prezzo per il momentum. Ecco i risultati ottenuti nel nostro “classico” quadrato semiotico.

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L’idea alla base del Reversal è che i tassi d’interesse tendono a ricongiungersi a un valore di lungo periodo (fenomeno della “mean reversion”). Quindi, quando i tassi sono inferiori alla media storica, tenderanno a risalire (quadranti a sinistra del grafico) mentre quando sono superiori alle media, tenderanno a scendere (quadranti di destra).

Dal momento che i prezzi delle obbligazioni crescono/salgono in maniera inversa rispetto ai tassi d’interesse (quando i tassi scendono i prezzi salgono e viceversa), si evince dal grafico che i segmenti a destra del grafico sono quelli più interessanti.

In conclusione, a meno di un’intensificazione dei rischi sistemici (analizza gratuitamente il Barometro del Rischio), ci avviciamo ad una fase in cui i rendimenti dei bond dovrebbero salire, penalizzando l’assets class. Tuttavia, da un punto di vista tattico, il segmento di BTP che offre maggiori opportunità, considerando sia il momentum che il reversal, sono quelli della parte lunga della curva: i segmenti a 10 e 30 anni.