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Quando si costruisce un portafoglio d’investimento, è naturale concentrarsi su quali asset inserire per ottenere la massima diversificazione e il maggior rendimento possibile. Ma anche quali si sceglie di lasciare fuori dal proprio paniere di investimenti può essere cruciale.
I consigli degli esperti possono fare la differenza. A dare qualche indicazioni Amy Arnott, strategist di Morningstar, che in un recente intervento, ha illustrato alcuni tipi di investimenti che ha escluso dal suo portafoglio personale — nonostante siano, in alcuni casi, strumenti diffusi o popolari tra gli investitori.
Quali asset sotto accusa
Costruire un portafoglio efficace non significa solo scegliere cosa acquistare, ma anche — e soprattutto — sapere cosa evitare. Le scelte di Amy Arnott e le opinioni degli advisor convergono su un punto fondamentale: la semplicità, la trasparenza e la diversificazione sono i migliori alleati dell’investitore di lungo periodo.
In un contesto di mercato complesso e in continua evoluzione, tenere fuori asset costosi, opachi o troppo rischiosi può fare la differenza.
Fondi a gestione attiva: costi elevati, risultati incerti
Il primo asset sotto accusa sono i fondi a gestione attiva, ossia strumenti di investimento in cui un team di gestori (tipicamente professionisti del settore finanziario) prende decisioni attive su quali titoli comprare o vendere, quando farlo e in che proporzioni, con l’obiettivo di battere un indice di riferimento (benchmark) o ottenere una performance superiore al mercato.
Amy Arnott stessa li ha eliminati quasi del tutto, mantenendo solo alcune posizioni residue. Anche molti consulenti concordano: i costi di gestione più alti e le performance spesso inferiori rispetto ai fondi indicizzati rendono questi strumenti poco vantaggiosi nel lungo termine.
Inoltre, battere il mercato in modo costante è difficile, e molti gestori non riescono a farlo dopo i costi. Da qui il consiglio: preferire fondi a gestione passiva, come gli ETF su indici ampi e ben diversificati.
Investimenti alternativi: opacità e scarsa liquidità
Gli investimenti alternativi — come hedge fund, private equity o fondi di criptovalute — sono spesso venduti come soluzioni innovative e ad alto potenziale. Tuttavia, molti advisor invitano alla cautela: questi strumenti non sono trasparenti, hanno commissioni elevate e soprattutto sono poco liquidi, il che significa che può essere difficile uscire dall’investimento in tempi rapidi.
In portafogli destinati a investitori retail o poco esperti, la presenza di asset alternativi può aumentare il rischio senza garantire ritorni superiori.
REIT (Real Estate Investment Trust): rendimenti incostanti
I REIT, ovvero fondi immobiliari quotati, sono spesso proposti come modo per esporsi al settore immobiliare senza acquistare direttamente immobili. Tuttavia, sono molto sensibili ai tassi di interesse e alle condizioni macroeconomiche.
Diversi consulenti segnalano che i REIT possono presentare volatilità eccessiva e rendimenti non sempre coerenti con le aspettative degli investitori. Inoltre, in scenari di rialzo dei tassi, possono soffrire come altri asset a reddito fisso.
Obbligazioni high-yield: rischio troppo alto
I cosiddetti “junk bond” o obbligazioni ad alto rendimento offrono interessi elevati, ma a fronte di un rischio di default molto più alto. In periodi di instabilità o rallentamento economico, questi titoli possono registrare forti cali di valore, penalizzando il portafoglio.
Per questo motivo, molti advisor consigliano di limitarne fortemente l’esposizione, privilegiando titoli investment grade o obbligazioni governative.
Fondi settoriali: scommesse troppo concentrate
Investire in fondi che replicano un singolo settore (come tecnologia, energia o biotech) può sembrare una buona idea nei periodi in cui quel settore è in forte crescita. Tuttavia, rappresenta spesso una scommessa troppo concentrata, che può esporre il portafoglio a forti oscillazioni.
Meglio diversificare su base geografica e settoriale con ETF ampi, evitando l’errore comune di inseguire le mode del momento.
Oro: non sempre un bene rifugio efficace
Infine, anche l’oro, tradizionalmente considerato un “bene rifugio”, non convince tutti. Secondo Arnott e diversi consulenti, l’oro non produce reddito, non garantisce crescita e non è sempre una copertura efficace contro l’inflazione.
Se da un lato può avere un ruolo marginale in portafoglio come diversificatore, dall’altro non dovrebbe occupare una quota rilevante, soprattutto in strategie orientate alla crescita.