IL VENTURE CAPITAL FINANZIA LE AZIENDE GIUSTE?

22 Aprile 2000, di Redazione Wall Street Italia

I fondi di venture capital specializzati nel finanziamento di aziende della ”new economy” hanno avuto negli Stati Uniti un boom senza precedenti, negli ultimi due anni.

Eppure, negli ambienti che anticipano e non seguono i trend, si comincia a prendere in considerazione anche l’altra faccia della medaglia.

E cioe’: pompando denaro negli start-ups (le aziende appena nate) quando queste navigano in un mare di perdite e difficilmente saranno redditizie, puo’ risultare poi in un sonoro flop al momento della quotazione delle ”dot.com” in borsa.

”Molti start-ups sono tenuti su artificialmente, drogati dai soldi del venture capital. E anche le aziende che non lo meriterebbero di fatto oggi sono finanziate con un flusso di cash straordinariamente alto”, dice David Helfrich, general partner di Comventures, una societa’ con sede a Palo Alto, in California.

”Ma se il mercato per caso crollasse, indovinate cosa succederebbe?” si chiede Helfrich. ”Tutti prenderebbero il classico bagno”.

Accel Partners, Benchmark Capital, Battery Ventures, Summit Partners e altre grandi societa’ di venture capital della Silicon Valley, di recente hanno mandato in porto il finanziamento di 18 nuovi fondi VC (Venture Capital) tutti con un minimo di 1 miliardo di dollari (quasi 2.100 miliardi di lire).

Il piu’ grosso e’ il fondo specializzato in internet lanciato la scorsa settimana da Technology Crossover Ventures, di Palo Alto, finanziato fino a 1,6 miliardi di dollari (3.330 miliardi di lire) da un pool di investitori tra cui General Motors, Aig, Goldman Sachs, piu’ alcuni manager di blue chips dell’internet come Yahoo! e Cisco Systems.

Il fenomeno e’ affascinante e complesso. Per gli start-ups, affamati di denaro per mandare avanti l’attivita’, i fondi di venture capital sono diventati ultimamente se non l’unica, la principale fonte di reddito.

Di solito il finanziamento – nell’ordine dei 20-50 milioni di dollari – avviene nella prima fase di vita dell’azienda; in seguito per cifre anche maggiori, soprattutto subito prima che la ”dot.com” sbarchi in borsa con un collocamento (Ipo, initial public offering).

Tutto cio’ e’ perfettamente valido e ha senso se lo start-up e’ vicino alla redditivita’, cioe’ se il business plan (il piano di operativita’) e’ solido e poggia su un modello serio e praticabile di profittabilita’.

Tuttavia molti start-ups bruciano denaro come si trattasse di legna sul fuoco, e la vaga possibilita’ che il business produca utile a breve o medio termine non e’ nemmeno contemplata. Per anni e anni.

E’ il modello di Amazon.com, un esempio negativo ripetuto all’ennesima potenza dagli epigoni di varie tipologie.

Questo modello pero’ e’ destinato a fallire, perche’ in sostanza aziende cosi’ sono di fatto ”assistite” dal denaro dei venture capitalists, mentre spesso non meritano nemmeno di stare sul mercato.

Gli esperti del settore – tra Wall Street, Silicon Valley e Silicon Alley (il bacino internet di New York) – predicono che molte ”dot.com” finiranno in un bagno di sangue, nel mercato ipercompetitivo post-Ipo dei prossimi mesi.

Molti start-ups saranno schiacciati da una concorrenza brutale, da investitori sempre meno propensi a finanziare societa’ non redditizie e da una borsa che punira’ gli eccessi di sopravvalutazione.

In difesa dei nuovi fondi di VC, Rick Kimball di Technology Crossover Ventures dice che questi veicoli di investimento sono gestiti da esperti di primissimo piano, in cerca di buone occasioni che possano dare ritorni notevoli nel giro di 4-5 anni.

”Cio’ non vuol dire che non ci saranno brutte sorprese” spiega Kimball. ”Ma, detto questo, l’opportunita’ di investire in aziende internet non e’ mai stata migliore”.

E’ chiaro, comunque, che le difficolta’ verranno alla luce soprattutto per le aziende mal gestite o ultra-sopravvalutate, prima e dopo gli Ipo.

Il mercato azionario alla fine sara’ come al solito il miglior giudice. Infatti gli esempi di punizioni esemplari inflitte da Wall Street non mancano.

Nel recente crollo del Nasdaq si e’ verificato un radicale ”repulisti” delle peggiori ”dot.com” americane: si tratta delle aziende internet che non producono utili, spendono i soldi dei VC in pubblicita’ per attirare traffico sui rispettivi siti, e non hanno un business plan credibile. Occhio a quelle europee, d’ora in poi.

La tabella che segue conferma drammaticamente quanto detto in parole, e non ha certo bisogno di commenti. Si tratta del calo dei prezzi in borsa dai massimi delle ultime 52 settimane per alcuni dei titoli internet piu’ popolari l’anno scorso:

Value America (VUSA) -96%

DrKoop.com (KOOP) -94%

Flashnet (FLAS) -93%

E-Toys (ETYS) -93%

Beyond.com (BYND) -91%

TheStreet.com (TSCM) -91%

iVillage (IVIL) -90%

E-Loan (EELN) -89%

Per completare, Wall Street Italia e’ in grado di fornirvi anche la fotografia aggiornata della situazione in termini di flussi complessivi di denaro messo in gioco dai venture capitalists.

I fondi di venture capital nel 1999 hanno raggiunto un record assoluto negli Stati Uniti, con 47 miliardi di dollari (quasi 100.000 miliardi di lire). Si tratta di un aumento del 68% rispetto ai 28 miliardi di dollari registrati del 1998.

La media dei fondi di questo tipo ha comunque registrato una redditivita’ fantastica: +100%.

Secondo gli esperti quest’anno – proprio per tutti i motivi citati in questo articolo – dovrebbe tuttavia verificarsi un rallentamento.

Continueranno invece ad andare bene le aziende meglio gestite. Come – crediamo – Wall Street Italia.

* Luca Ciarrocca
e’ il fondatore di Wall Street Italia