Il programma di aiuti fiscali per rilanciare gli affitti

12 Agosto 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Il mercato dell’affitto è al tracollo. Con i proprietari sempre più tartassati – l’anno scorso hanno pagato 51,3 miliardi in tasse sulla casa – e le locazioni che sono crollate del 30%, i canoni non hanno più un mercato, si decidono nella singola trattativa. Per evitare che una fascia intera di popolazione, quella che sta a metà tra i più abbienti e gli inquilini delle case popolari, resti senza casa, il governo è sul punto di varare una serie di modifiche per rilanciare gli affitti: costo totale stimato, 500 milioni. L’appuntamento utile potrebbe essere quello del 28 agosto, quando verrà discusso il «piano casa» dal Consiglio dei ministri. Che non potrà esimersi dal rivedere la nuova tassa sulla pertinenza energetica (Ape) che grava sui fitti. Sul tavolo ci sono tre proposte, accolte in parte dalla commissione Finanze del Senato, in parte da un ordine del giorno sostenuto dal governo durante l’esame a Palazzo Madama del decreto lavoro, tutte discusse con Confedilizia.

La prima è il ripristino della deduzione del 15%, ai fini dell’Irpef per gli immobili affittati, riconoscendo così ai proprietari una «spesa forfettaria» di produzione di reddito: si tratterebbe in realtà di riportare alle origini una norma modificata dalla legge Fornero, che ha portato al 5% la deducibilità. Questa modifica avrebbe un costo di 365 milioni di euro.

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La seconda priorità individuata – che costerebbe poche decine di milioni di euro – è quella che riguarda la cedolare secca: l’imposta unica che, se scelta, sostituisce le altre tasse (dall’Irpef alle imposte di registro). Anche se dalla sua introduzione, nel 2011, i contratti di locazione registrati sono aumentati (quasi centomila in più rispetto al 2011 e quasi 200 mila in più rispetto al 2010), in realtà la tassa è gravata di così tante complicazioni e adempimenti, che andrebbe rimodulata e semplificata. Ma anche resa meno gravosa: l’ipotesi più accreditata è quella di applicarla solo sul 70% dell’imponibile.

Infine l’intervento sull’Imu: la tassa sulle case in affitto per i proprietari è aumentata, rispetto all’Ici, dal 100 fino al 2000% (è il caso di Venezia). Al punto che i contratti a canone concordato, quelli calmierati concessi in cambio di agevolazioni fiscali, non sono più convenienti. Parliamo di 218.891 affitti, quasi il 6% del totale, qualcosa che riguarda oltre un milione di italiani. L’idea è quella di fissare per legge al 4 per mille l’aliquota Imu per gli immobili locati, o almeno per i contratti concordati, operazione che avrebbe un costo di 70 milioni. «Se si vuole tornare a rendere redditizio l’affitto bisogna dare un segnale di svolta – spiega il presidente di Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani -. Altrimenti i proprietari, come sta già succedendo, preferiranno vendere o tenersi le case vuote piuttosto che affittarle». Il rischio paventato è che la domanda di abitazioni da parte di un’intera fascia intermedia di popolazione resti insoddisfatta.

Perché è vero che il mercato degli affitti è meno importante di quello delle compravendite (sono 18 su cento le famiglie che vivono in affitto in Italia: il 73,5% in alloggi di proprietà di privati e il 20,8% in case che appartengono a enti pubblici). Ma resta comunque una risorsa per chi non riesce a comprare o non ha case in eredità: sono 2 milioni e 700 mila le abitazioni affittate dalle famiglie. E solo in 1.167 Comuni, tra cui 60 capoluoghi, la quota di locazioni supera il 10% delle abitazioni disponibili. A Roma si parla del 9,6% del totale, a Milano del 13,8%, a Napoli del 15,5%.

È la fascia su cui sta puntando il governo: «Bisogna agire subito la partita della defiscalizzazione della piccola proprietà, penalizzata dalle tasse e dalla rigidità del mercato», sottolinea il sottosegretario alle Infrastrutture Vincenzo De Luca. Ma senza dimenticare «i contributi alle Regioni per aiutare con un fondo ad hoc le fasce estreme che si trovano nelle condizioni drammatiche di non riuscire a pagare un affitto». Le risorse destinate agli enti locali per poter aiutare le famiglie meno abbienti, infatti, sono state «del tutto azzerate», come rileva il documento presentato a giugno dalla Conferenza delle Regioni al governo. La stessa cosa è successa per l’edilizia agevolata, dove ci sono liste di attesa di migliaia di famiglie rimaste senza un tetto. Per venire incontro a chi ha redditi così bassi da non riuscire ad accedere ad alcun mercato, dovrebbe intervenire un «fondo di sostegno» con contributi da non restituire.

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