I Savoia vogliono i Gioielli della Corona e fanno causa allo Stato italiano

26 Gennaio 2022, di Alessandra Caparello

Si preannuncia come una lunga battaglia legale quella che i Reali di Savoia stanno per intentare contro il governo italiano. Oggetto del contendere i gioielli della Corona, i gioielli della famiglia reale, un tesoretto formato da 6.732 brillanti e 2 mila perle, di diverse misure, montati su collier, orecchini, diademi e spille varie il cui valore potrebbe raggiungere i 500milioni di euro e che da 76 anni sono custoditi in un caveau della Banca d’Italia.

Vittorio Emanuele di Savoia e le sorelle Maria Gabriella, Maria Pia e Maria Beatrice, figli dell’ultimo Re d’Italia Umberto II hanno deciso di rimettere le mani sui gioielli della famiglia e ne chiedono la restituzione. Oggi la mediazione tra Emanuele Filiberto di Savoia, venuto a rappresentare la casa piemontese e i legali di Banca D’Italia, gli avvocati Marco Di Pietropaolo e Olina Capolino, conclusosi però con una nulla di fatto.

Così Casa Savoia si prepara alla citazione civile dello Stato e la restituzione, come si legge nella pec inviata dall’avvocato Sergio Orlandi – legale del principe Vittorio Emanuele e delle principesse Maria Gabriella, Maria Pia e Maria Beatrice, eredi di Umberto II – alla presidenza del Consiglio, al ministero dell’Economia e alla Banca d’Italia, di cui ha preso visione il CorSera, dovrebbe avvenire entro dieci giorni.

«In riferimento ai gioielli, a tutti i beni mobili personali e della famiglia dei Savoia, depositati dal Re d’Italia Umberto II presso la Banca d’Italia, affinché venisse assicuratala custodia e garantita la vigilanza necessaria per la conservazione ai fini della restituzione. Voglia cortesemente la Banca d’Italia, in persona del suo Governatore, provvedere, entro 10 giorni dal ricevimento della presente, alla restituzione di quanto sopra indicato, concedendone, altresì, la contestuale visione, avendone gli eredi stessi il pieno diritto» (…) «Che i gioielli siano rimasti chiusi in un caveau della Banca D’Italia è qualcosa di ridicolo. Se li riotterremo, li faremo esporre» ha commentato il principe all’uscita dell’incontro.

La Banca d’Italia, come hanno sottolineato i due legali, non ha la disponibilità di decidere come utilizzare il bene visto che la sua funzione è solo quella di custode dei gioielli, consegnategli dall’ultimo re d’Italia, Umberto II, nel giugno del 1946.

Perché i gioielli dei Savoia sono a Roma

La questione sorta attorno ai gioielli della Corona della famiglia Savoia risale al 5 giugno del 1946, tre giorni dopo che si era svolto il referendum con cui l’Italia aveva scelto che la forma istituzionale dello stato sarebbe stata la repubblica e non più la monarchia.
Come riporta Il Post, “quel giorno il presidente del Consiglio dei ministri, Alcide De Gasperi, chiese al re uscente Umberto II di consegnare i gioielli della Corona che erano custoditi in una cassaforte del palazzo del Quirinale, fino ad allora residenza ufficiale della famiglia reale”. Era lo Statuto Albertino a prevedere che i gioielli della Corona furono dati “in dotazione” ai re per l’adempimento delle proprie funzioni, ma non come proprietà personale. Spettò poi ad Umberto II consegnare i gioielli all’avvocato Falcone Lucifero, allora ministro della Real Casa, che a sua volta li portò all’allora governatore della Banca d’Italia Luigi Einaudi che collocò i gioielli in un piccolo astuccio di pelle nera in un caveau della sede della Banca d’Italia in via Nazionale, a Roma.

La querelle è sorta perché nel verbale che testimonia la consegna dei gioielli il 5 giugno del 1946 alla Banca d’Italia si legge che questi devono essere conservati e «tenuti a disposizione di chi ha diritto». Il processo civile che partirà su iniziativa dei Savoia dovrà quindi accertare la proprietà dei gioielli  visto che con la nascita della Repubblica tutti i beni della famiglia reale vennero confiscati dallo Stato Italiano.

Una curiosità: in 76 anni di custodia nel caveau di Bankitalia, i gioielli furono visionati una sola volta, nel 1976, per sottoporli a controllo e catalogazione, realizzati dalla società di gioielleria Bulgari, che valutò i gioielli intorno ai 2 miliardi di lire (circa 18 milioni di euro attuali).