Hong Kong, decine di arresti: rivoluzione ombrelli contagia la Cina

1 Ottobre 2014, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – Le proteste della rivoluzione degli ombrelli, entrate nel sesto giorno, rischiano di esacerbarsi ancora nel giorno dell’anniversario della Repubblica Popolare Cinese.

Decine di migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro la decisione del governo centrale cinese di scegliere i candidati che gli abitanti dell’ex colonia britannica dovranno votare alle prossime elezioni nel 2017.

Le autorità della Città Stato hanno chiesto l’immediato stop delle proteste, che sono sfociate in violenti scontri con la polizia nei giorni scorsi. Pechino prepara l’esercito e le forze anti sommossa, per rispondere alla minaccia maggiore dai tempi di Tienanmen, nel 1989.

Alcuni giovani studenti, tra i quali il leader della protesta Joshua Wong, hanno contestato l’alzabandiera alla cerimonia per i 65 anni dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese.

I manifestanti, guidati dal leader diciassettenne Joshua Wong, chiedono le dimissioni del capo del governo locale Leung Chung-ying.

La cronaca

I manifestanti hanno alzato nuove barricate lungo la strada che collega il centro dell’isola alla sede del governo, dopo i ‘rumor’ che davano la polizia in avanzata verso il centro delle proteste. La protesta di Occupy Central continua a espandersi, assumendo sempre più i contorni di una contestazione civile già ribattezzata Occupy Hong Kong. Con il supporto di oltre trenta citta’ nel mondo, Occupy Hong Kong è diventata una protesta globale e ha portato per le strade decine di migliaia di persone, che si sono concentrate, nell’ex colonia britannica, nelle località di Admiralty e Causeway Bay, sulla Hong Kong Island, e di Monkok e Tsim Sha Tsui, nella zona commerciale di Kowloon.

Le minacce di Pechino

Pechino minaccia un intervento ma gli studenti di Hong Kong, che da tre giorni chiedono elezioni libere scendendo in piazza, alzano il tiro: “Occuperemo gli uffici del governo. La protesta aumenterà d’intensità a partire dal 2 ottobre”, ha detto Chow Wing Hong, uno dei segretari generali della Federazione degli studenti della regione amministrativa speciale. Oggi in Cina è festa nazionale per il 65° anniversario della presa del potere da parte del Partito comunista. “Dobbiamo resistere e vi sono le condizioni per farlo”, ha aggiunto un altro leader della protesta Chan Kin Man.

Sale la tensione

Nelle strade il numero dei manifestanti era drasticamente diminuito ieri mattina ma nel pomeriggio altre persone erano tornate a unirsi ai sit-in ad Admiralty, centro finanziario della città. Pechino, intanto, dà tutto il suo appoggio al governatore che aveva chiesto la fine “immediata” delle proteste. “I fondatori di Occupy Central (la principale sigla dei dimostranti) avevano detto ripetutamente che se il movimento fosse finito fuori controllo, loro lo avrebbero fermato.
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Sto ora chiedendo loro di rispettare le promesse e fermare immediatamente questa campagna”, ha detto Leung. Ma i leader di Occupy hanno già respinto la richiesta e anzi hanno ribadito la necessità delle sue dimissioni: “Se Chun-Ying Leung annunciasse le sue dimissioni questa occupazione al limite sarà sospesa temporaneamente per un breve periodo per poi decidere la prossima mossa”, ha dichiarato Chan Kin-man, aggiungendo che questo “sarebbe un segnale molto importante che al meno il governo ha cambiato il suo atteggiamento (intransigente) e vuole risolvere la crisi.

“I diplomatici stranieri non interferiscano”

Il governo cinese ha anche invitato i diplomatici che si trovano a Hong Kong a tenersi lontani dalle proteste che si stanno svolgendo in città con una lettera che invita ad attenersi alla Convenzione di Vienna. “Al momento”, si legge nella missiva fatta recapitare dal governo cinese il 28 settembre scorso e della quale ha riferito il South China Morning Post, “si svolgono assemblee illegali di Occupy Central e ne sono seguiti diversi reati”. Ma se è vero, infatti, che l’art.55 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche sottolinea il dovere del personale di ambasciate e consolati di “rispettare leggi e regolamenti dello Stato ospitante” e di “non interferire negli affari interni ” di quello stesso Stato, è altrettanto vero che all’art.34 la Convenzione “assicura libertà di movimento e di viaggio” ai diplomatici su quel territorio.