Guerra commerciale Usa-Europa, l’effetto su aziende e valute

2 Febbraio 2017, di Daniele Chicca

Da diverso tempo il dollaro Usa non iniziava l’anno con cali tanto pesanti. È l’effetto della nuova guerra commerciale tra il governo Trump e il resto del mondo. Nell’esprimere l’intenzione di adottare una serie di misure protezioniste, la nuova amministrazione ha avviato un processo di deglobalizzazione mondiale e rotto con le politiche del passato di sostegno a un dollaro forte.

Il risultato sui mercati valutari è stato un ribasso del 2,7% del biglietto verde rispetto alle principali valute rivali. Per il dollar index si tratta del peggior inizio d’anno dal 1987, dopo che l’uomo che viene spesso associato per storia politica e personale a Donald Trump, Ronald Reagan – anche lui candidato wild card con poca esperienza diventato a sorpresa presidente, ha favorito la svalutazione del dollaro americano per contrastare l’ondata di prodotti e beni importati dal Giappone.

Trump è convinto che le sue politiche di stampo protezionista sotto lo slogan “L’America prima di tutto”, alimenteranno la crescita economica, creando nuovi posti di lavoro in un mercato condizionato negativamente dalla tendenza delle multinazionali a delocalizzare. Il commercio sarà in parallelo favorito da una riduzione del carico fiscale.

Washington non ha intenzione di scendere a compromessi con i paesi che approfittano di una valuta nazionale debole, come la Cina. Il consulente economico di Trump Navarro ha accusato persino l’Eurozona di svalutare, criticando la Germania perché sfrutta l’euro debole, un marco travestito, a suo vantaggio. Tutto questo avrà un impatto negativo sulle aziende europee che vogliono esportare negli Stati Uniti.

Le misure promesse in campagna elettorale da Trump hanno convinto i mercati fino a metà dicembre, con l’azionario che ha registrato la prova migliore di sempre, nella storia moderna, nel periodo post elettorale. A gennaio il Dow Jones è poi anche riuscito a oltrepassare la soglia magica dei 20 mila punti. Il giorno dell’elezione quotava 18.400 punti.

Ma negli ultimi giorni il paniere delle blue chip, così come gli altri listini di Borsa di Stati Uniti ed Europa, hanno iniziato a cedere terreno. La fase di cali del dollaro è invece incominciata prima dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca, il 20 gennaio. Per la divisa americana si tratta della performance peggiore in gennaio dai tempi della recessione globale del 2008.

Dollaro Usa al capolinea

Se si ascolta quello che ha da dire l’ex chief economist della Banca Mondiale, Justin Yifu Lin, il dominio del dollaro, ritenuto la causa principale di tutte le crisi della storia contemporanea – ha le ore contate. Il biglietto verde è ancora la riserva valutaria di riferimento ma gradualmente sta perdendo appeal e secondo l’economista andrebbe sostituito con una super valuta di riferimento alternativa.

Il predominio economico degli Stati Uniti ha iniziato a vacillare nel 1998, dieci anni prima che scoppiasse la grande crisi finanziaria dei mutui subprime. Non è nemmeno colpa dell’America e delle sue scelte e azioni. L’arrivo dell’euro e il cambiamento di equilibri economici e commerciali mondiali hanno giocato un ruolo, ma la causa principale è il ruolo che ha assunto la Cina.

Nell’economia mondiale la Cina è tornata a occupare quella posizione che aveva per millenni, prima dell’arrivo della rivoluzione industriale. E sono diversi i paesi “isolati” dall’Occidente a spingere per un processo di de-dollarizzazione dell’economia internazionale.