Gli accordi di Basilea 3 – Aggiornamento ad oltranza e poche verità

23 Agosto 2017, di Giovanni Falcone

Gli accordi di Basilea 3 – Aggiornamento ad oltranza e poche verità!

 

Quello di fissare regole comuni nella stesura di un bilancio di esercizio di una banca, rappresenta certamente una buona premessa per la convivenza civile e la crescita corretta di una qualunque società.

I perversi intrecci che si sono manifestati con i ripetuti scandali finanziari che sembrano aver caratterizzato l’inizio del terzo millennio, hanno suggerito l’adozione di talune cautele e prescrizioni introdotte già nel 2004 con gli accordi a livello europeo meglio conosciuti come “Basilea 2” che, per la prima volta, introdussero i <<requisiti patrimoniali minimi del mondo bancario in grado di assorbire i potenziali rischi derivanti dall’esercizio del credito alla clientela >>.

Letto così sembra perfetto e certamente non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro se non gli alert che la cronaca ci ha trasmesso.

La realtà è stata ben diversa se tante banche sono fallite per dichiarata insolvenza, non essendo state in grado di garantire non dico gli interessi sulle obbligazioni proprie, ma addirittura neanche i capitali dei risparmiatori.

L’accordo di Basilea del 2004, impose alle banche di migliorare la qualità degli impieghi, senza per questo ridurre l’esercizio del credito in danno delle piccole e medie imprese, come da più parti già allora veniva paventato. Per ottenere tale risultato, bisognava migliorare il rapporto fiduciario fra banca ed impresa, basandosi in primo luogo su una maggiore e più qualificata trasparenza dei dati di bilancio esposti in contabilità. In tal senso, venne introdotto il “rating interno” all’impresa, che avrebbe tenuto conto del settore economico di appartenenza, della capacità di competere sul mercato nel rapporto qualità/prezzo, nel management, attribuendo un punteggio uniforme alle diverse classi di rischio.

Per le PMI, non sempre questo sistema di rating avrebbe potuto funzionare o essere sufficiente, posto che sono i fattori legati alla figura del singolo imprenditore che, in genere, a torto o a ragione, fanno fare la differenza.

Tra il dire & il fare

Al netto delle regole e prescrizioni introdotte nella realtà poco o nulla è mutato nella misura in cui il c.d. “credito allegro” non è mai cessato, naturalmente accompagnato da un management bancario insufficiente se non spregiudicato che ha di fatto aumentato il calvario delle sofferenze, crediti incagliati o inesigibili portando in molti casi al default della stessa banca.

La stessa Cassazione è intervenuta più volte anche recentemente in ordine alla “buona fede”del terzo nell’esercizio del credito a beneficio di aziende coinvolte in fatti di criminalità e riciclaggio, o ancora sulla responsabilità solidale della banca che finanzia aziende decotte o in dissesto.

In definitiva, l’esperienza maturata ci induce a dire che la insufficiente trasparenza contabile, l’assenza di informazioni adeguate può produrre, alla lunga, gravissimi danni alla tenuta del sistema economico e al clima di fiducia che dovremmo recuperare nel rapporto “Banca & Impresa”.

Necessita stabilizzare il sistema con una maggiore attenzione ai rischi di insolvenza dell’impresa, ma anche alla onorabilità ed assenza di pregiudizi giudiziari in capo all’imprenditore a tutto vantaggio della valutazione definitiva del “merito creditizio”.

Costringere la banca ad adeguare lo “stato patrimoniale” in funzione della propria esposizione creditizia, può rappresentare sicuramente un metodo per una maggiore responsabilizzazione nella gestione del credito e che in prospettiva, potranno meglio contenere fenomeni di default nelle obbligazioni emesse nel tempo.

Il metodo di fare impieghi imponendo alle imprese l’acquisto di obbligazioni emesse dalla stessa banca, che abbiamo visto nelle recenti “crisi bancarie”, non deve assolutamente ripetersi e la differenza la potrà fare soltanto la qualità dei controlli ad opera della Banca d’Italia.

Ancora meglio potranno fare i controlli accentrati alla BCE a far data dal 2018 attraverso mirati stress test e verifica dei  livelli minimi patrimoniali estesi alla maggioranza delle banche sul territorio italiano, numero 462 , delle quali ben 355 afferenti a banche di credito cooperativo. Con controlli sistematici di tale portata, svolti preventivamente, non ci dovrebbero essere più sorprese a vedere banche che falliscono nell’arco di una settimana.

I prossimi accordi che si stanno scrivendo nella prossima Basilea sull’onda emotiva degli ultimi scandali finanziari, la cui storia, per quanto ci riguarda deve essere ancora scritta dalla neo costituita Commissione parlamentare d’inchiesta sul mondo delle banche, farebbero bene a sottolineare – meglio & subito –  l’importanza della veridicità dei bilanci e la correttezza delle informazioni ivi contenute.

Ma anche qui, ci troveremmo sempre fra il “dire & il fare”!