Gas: il punto sulle scorte dell’Italia

7 Settembre 2022, di Giulia Schiro

L’urgenza di rendersi totalmente indipendenti dalle importazioni di gas russo sta portando all’attenzione degli italiani il tema dello stoccaggio. Quest’ultimo è un deposito ricavato sfruttando strutture geologiche naturali, come gli acquiferi profondi e siti sabbiosi (situati mediamente a circa 1.300 – 2.000 metri di profondità), già sfruttati minerariamente per la produzione di gas e ormai esauriti, oppure, più raramente, utilizzando serbatoi metallici costruiti appositamente. Il numero di questi ultimi necessario per ospitare i volumi di gas da stoccare sarebbe tuttavia elevatissimo, motivo per cui sono utilizzati solo in Paesi, come la Svizzera, che non dispongono di giacimenti naturali dove realizzare lo stoccaggio.

Cosa sono gli stoccaggi

Il giacimento non è una cavità ma un sistema roccioso poroso e permeabile che è in grado di garantire la permanenza del gas e di erogarlo quando richiesto dal mercato: può quindi essere visto come una spugna, che lo trattiene e lo rilascia quando serve. La roccia serbatoio dove è contenuto il gas deve essere caratterizzata da significativi valori di porosità e permeabilità dalle quali dipendono, rispettivamente, il volume ospitabile e dalla mobilità del gas nel giacimento, ovvero il tempo necessario per le operazioni di iniezione o estrazione. La roccia di copertura, che invece ha il compito di impedire le perdite di gas verso l’alto, è generalmente costituita da materiale impermeabile come le argille.

In ogni giacimento di stoccaggio si possono distinguere due volumi principali di gas: il cushion gas, ossia la quantità necessaria per il mantenimento di un’adeguata pressione minima operativa fondamentale alle operazioni di stoccaggio, e il working gas, ovvero la quantità gestita secondo le richieste degli spedizionieri che acquisiscono il diritto, in qualità di utenti, di immettere o di ritirare, in qualsiasi giorno dell’anno termico, un quantitativo di gas non superiore alla portata giornaliera conferita.

A cosa servono gli stoccaggi

Lo stoccaggio di gas naturale in sotterraneo è realizzato per soddisfare diverse esigenze legate all’utilizzo e alla produzione. In particolare, rispondere in tempo reale alle richieste del mercato e assicurarne l’equilibrio tra domanda e offerta; permettere di gestire le strutture produttive e di trasporto con adeguati margini di elasticità; garantire il mantenimento delle “riserve strategiche”. A proposito di queste ultime, una parte del working gas deve sempre essere mantenuta in giacimento per garantire la riserva strategica, ovvero la capacità di far fronte ad eventi eccezionali, come ad esempio condizioni meteorologiche particolari (punte anomale di freddo) o crisi geopolitiche internazionali che ostacolino gli approvvigionamenti dall’estero. Purtroppo questi ultimi costituiscono il 95% del gas totale utilizzato in Italia, che nel 2021 è stato di 76,12 miliardi di metri cubi secondo i dati pubblicati dal Ministero della Transizione Ecologica.

Il processo è ciclico: nella stagione estiva viene riempito il giacimento mentre, durante i mesi invernali, il gas viene immesso nella rete nazionale. In Europa, ad esempio, circa il 20-30% del totale di gas utilizzato nel periodo invernale proviene da stoccaggi e il piano europeo RepowerEu prevede, entro il 1 ottobre di ogni anno, l’obbligo di riempire almeno al 90% i depositi. I 13 impianti di stoccaggio in esercizio oggi in Italia (Fiume Treste in provincia di Chieti, Bordolano in provincia di Cremona, Sabbioncello in provincia di Ferrara, Minerbio in provincia di Bologna, Sergnano in provincia di Cremona, Ripalta in provincia di Cremona, Cortemaggiore in provincia di Piacenza, Brugherio e Settala in provincia di Milano, Collalto in provincia di Treviso, Cellino Attanasio in provincia di Teramo, Bagnacavallo in provincia di Ravenna, Cornegliano in provincia di Lodi) permettono lo stoccaggio di circa 19 miliardi di metri cubi di gas (pari al 25% circa del fabbisogno medio annuale del nostro Paese), comprensivi della riserva strategica, pari a 4,5 miliardi di metri cubi, utilizzabili solo in caso di via libera da parte del Ministero dello Sviluppo Economico. Il primo stoccaggio di gas naturale in Italia è stato realizzato nel 1964 a Cortemaggiore, in Emilia Romagna.

La sfida di sostituire le importazioni dalla Russia

Se fino allo scorso anno le importazioni e la produzione nazionale bastavano a soddisfare i consumi annui dello Stivale (in media pari a 75 miliardi di metri cubi annui) senza intaccare eccessivamente gli stoccaggi, da quest’anno il Belpaese si è trovato di fronte a una nuova sfida: lo stop forzato degli approvvigionamenti di gas naturale da parte di Mosca, in risposta alle sanzioni imposte dall’Occidente, e la conseguente necessità di sostituire quello che, fino allo scorso anno, era il principale fornitore di gas per l’Italia, dato che la Russia valeva il 40% delle importazioni totali di gas italiane.

Da dove proviene il gas italiano?

Secondo gli ultimi dati del Ministero della Transizione Ecologica, l’Italia è riuscita a importare il 38,2% di gas in meno dalla Russia nel periodo gennaio-luglio 2022 e a portare le forniture russe al 23,6% sul totale delle importazioni di gas, compensando con l’aumento delle forniture da Algeria (+3,3%), Norvegia e Paesi Bassi (+355,9%), Azerbaigian (+73,2%) e dal Gas Naturale Liquefatto (+27,8%). Ora il Paese da cui l’Italia importa più gas è l’Algeria, con il 29,6% delle forniture che arrivano dal gasdotto di Mazara del Vallo, il Transmed.

Perché è prioritaria la sostituzione del gas russo

Il 2 settembre è però arrivata la notizia dello stop definitivo del gasdotto Nord Stream 1, che di fatto obbliga l’Italia o ad utilizzare le riserve o a ricorrere a misure straordinarie, tra cui razionamenti e accantonamenti ulteriori. Quest’ultima ipotesi è confermata sempre dai dati del Ministero della Transizione Ecologica: nel periodo gennaio-luglio 2022 le scorte sono aumentate dell’8038,9%. Questo non solo per le ripercussioni della guerra Russia-Ucraina, ma anche per far fronte a un aumento dei consumi, nell’eventualità che l’inverno 2023 sia più rigido e lungo degli anni scorsi e, soprattutto, per contrastare la speculazione sui prezzi del gas generata dal conflitto. La Norvegia ad esempio sta guadagnando 7 volte tanto grazie alla situazione contingente sul mercato del gas.

Considerando che, da gennaio a luglio di quest’anno, tramite il gasdotto di Tarvisio sono arrivati in Italia 10,5 miliardi di metri cubi di gas russo, di cui 1,2 miliardi solo in luglio, questi dovranno essere sostituiti quanto prima.

Le possibili soluzioni alla crisi 

Il piano stilato dal Ministro della Transizione Energetica Roberto Cingolani, basato per lo più su comportamenti virtuosi di cittadini e imprese, consentirà di risparmiare 5,3 miliardi di metri cubi di gas in un anno e di sostituire entro il 2025 circa 30 miliardi di metri cubi di gas russo con circa 25 miliardi di diversa provenienza, colmando la differenza con fonti rinnovabili e, appunto, con politiche di efficienza energetica.

Non è infatti possibile utilizzare completamente ed esclusivamente il gas stoccato perché, se anche bastasse, si risolverebbe il problema per l’inverno 2022-2023 solo rimandandolo, magari aggravato, agli anni e inverni successivi. Le stime indicano che gli stoccaggi ai livelli attuali, cioè all’83% della loro capacità (pari a circa 12,6 miliardi di metri cubi), siano sufficienti per il fabbisogno invernale ma non oltre.

Dal canto suo Paolo Scaroni, deputy chairman di Banca Rotschild, oltre che ex ceo di Eni ed Enel, in un’intervista esclusiva a Wall Street Italia ha incoraggiato a mantenere nel lungo termine i comportamenti virtuosi proposti dal Ministro Cingolani ma, soprattutto, ha esortato la politica italiana a imporsi a livello europeo per far rispettare il principio di solidarietà, limitando gli extraprofitti dei Paesi, come la Norvegia, che stanno approfittando oltremisura dell’attuale crisi.