Francia: come Renzi è riuscito a imporre riforma Lavoro

31 Maggio 2016, di Daniele Chicca

PARIGI (WSI) – La metà del popolo francese, il 48% secondo gli ultimi sondaggi, è contrario alla riforma del lavoro chiesta dalle autorità di Bruxelles e varata dal governo soldato del presidente Francois Hollande e del premier Manuel Valls. Da una decina di giorni la Francia è paralizzata per le proteste e gli scioperi contro la legge.

Il popolo, la cui storia è scandita da rivoluzioni come quella francese di fine 800, è in piena ribellione sociale, mentre in Italia avviene l’esatto opposto. “Matteo Renzi ha imposto il suo Jobs Act” senza “far scendere milioni di italiani in piazza, al di là di qualche grande manifestazione”, spiega Le Figaro.

“Matteo Renzi – scrive il quotidiano francese – è riuscito a giocare tutte le carte a suo favore per far passare la sua riforma del lavoro. Il capo del governo italiano ha lanciato il suo Jobs act all’inizio del mandato, al top della popolarità. Tutto il contrario dell’esecutivo francese che si è lanciato nella battaglia al minimo dei sondaggi, sfiancato da quattro anni al potere. Nel febbraio 2014, il giovane e impetuoso presidente del Consiglio succede a Enrico Letta, vince alla grande le europee con il Partito democratico, raccogliendo il 40% dei voti, e concretizza sullo slancio la sua riforma del mercato del lavoro”.

“Altra grande differenza con il fiasco della legge El Khomri: Renzi ha curato il suo piano di comunicazione. Ha martellato senza tregua con il suo messaggio: il Jobs Act è una necessità per uscire dalla crisi e rilanciare il lavoro e punta prioritariamente agli esclusi del mercato del lavoro, fra i quali i giovani, alle prese con una disoccupazione elevatissima, sono le prime vittime. L’obiettivo della riforma italiana è di spezzare la rigidità del mercato, introdurre flessibilità sui contratti a tempo indeterminato facilitando il licenziamento e al tempo stesso limitare il ricorso ai contratti precari”.

Dopo una breve fase di stallo nella mobilitazione, nel fine settimana sono attesi nuovi scioperi indetti dal trasporto pubblico, sia aereo sia ferroviario. Gli interventi delle forze dell’ordine della scorsa settimana per liberare i picchetti davanti all’ingresso dei depositi hanno portato a una netta diminuzione delle stazioni di servizio senza scorte, secondo i dati dipartimentali.

Come anticipato dal portavoce del governo, Stéphane Le Foll, “i dati delle forniture delle stazioni di servizio sono in crescita e la situazione stava migliorando” in tutto il paese. Tuttavia, la situazione nelle otto raffinerie francesi non è cambiata: come riportano i media la metà degli impianti è ancora completamente ferma, mentre in un quarto l’attività è stata decisamente ridotta.

Il giudizio dei datori di lavoro e imprenditori alla protesta dei sindacati è senza appello. “Si stanno comportando da delinquenti”, ha sbottato il presidente del Medef, la confindustria francese, Pierre Gattaz, commentando i blocchi e le proteste dei sindacati CGT e FO.

Nell’accusare il segretario generale del sindacato CGT Philippe Martinez di comportarsi come un “dittatore stalinista“, il numero uno del Medef ha lanciato un appello al governo socialista perché “non ceda” alla pressione delle parti sociali ostili alla riforma. Che è quello che chiedono invece economisti e personalità politiche più di sinistra.

In Italia avviene invece il contrario. Mentre c’è chi sui social media dice che almeno in Francia ce l’hanno un sindacato che fa valere i diritti dei lavoratori, uno dei massimi responsabili del governo italiano ha ammesso nei giorni scorsi che il modello occupazionale a cui prende ispirazione il governo Renzi è quello americano.

Secondo L’Economist, che ha una visione ultra liberista sia in materia economica sia di diritti civili, i giovani non avrebbero motivo di protestare in Francia, in quanto la riforma li aiuterà a trovare lavoro, aumentando essa la flessibilità in entrata.

Per i detrattori delle riforme del Lavoro chieste da Bruxelles per riformare e uniformare i paesi membri dell’unione, tra cui si distinguono diversi giuslavoristi di spicco, il problema è che, però, viene anche data “licenza” di tagliare il personale con maggiore facilità. Aumentare la flessibilità in uscita in un mercato del lavoro ancora in crisi è un rischio.

Un elemento di novità del braccio di ferro tra il governo e il sindacato CGT che guida le proteste, è stata la conversazione telefonica di sabato scorso tra Martinez, e il premier Manuel Valls. Il contenuto del colloquio, il primo in due mesi, è ancora ‘top secret’, secondo quanto riferito dall’Huffington Post.

Stando alle dichiarazioni formali, le posizioni di entrambe le parti sociali sembrano rimanere ferme. Fare concessioni ai manifestanti e sindacati sarebbe una sconfitta politica per il governo ma potrebbe portare anche paradossalmente a un incremento della popolarità per il governo Hollande, giunto al suo ultimo anno di un mandato deludente.

Fonti: Le Figaro Huffington Post