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Quest’anno i contribuenti italiani hanno impiegato ben 156 giorni per onorare tutte le richieste del fisco. Significa che fino al 6 giugno lavoratori e imprese hanno teoricamente prodotto solo per le casse dello Stato, iniziando a guadagnare davvero per sé e le proprie famiglie soltanto dal giorno successivo. Da lì in avanti, fino al 31 dicembre (pari a 209 giorni), il lavoro diventa finalmente “proprio”.
È questo il quadro tracciato dall’Ufficio Studi della CGIA, che con un calcolo simbolico ma efficace misura il peso del fisco in Italia. Una pressione che grava non soltanto per finanziare la macchina amministrativa, ma anche per garantire servizi essenziali: stipendi dei dipendenti pubblici, sanità, scuola e università, trasporti, sicurezza.
Cgia di Mestre: in Italia un esercito di evasori
Se i contribuenti onesti sentono sulle spalle un carico fiscale così pesante, la ragione è anche la presenza di circa 2,5 milioni di evasori. Secondo i dati Istat 2022, tanti sono infatti gli occupati irregolari: persone che lavorano del tutto in nero o quasi, senza contratto se subordinati o senza partita Iva se autonomi.
La distribuzione geografica mostra numeri assoluti elevati in Lombardia (379.800 unità), seguita da Lazio (319.400) e Campania (270.200). Se si guarda invece al tasso di irregolarità, cioè la quota di lavoratori irregolari sul totale degli occupati regionali, la Calabria guida la classifica con il 17,1 per cento. Seguono Campania (14,2), Sicilia (13,6) e Puglia (12,6). La media nazionale è al 9,7 per cento.
Un fenomeno che pesa sulle casse pubbliche, costringendo chi paga regolarmente a versare di più per compensare chi evade.
La fotografia del 2025
Il Documento di Economia e Finanza 2025 stima la pressione fiscale al 42,7 per cento del Pil, in lieve crescita di 0,1 punti rispetto al 2024. Tuttavia, non si tratta di un aumento reale delle tasse. La differenza è legata a un fattore statistico: la sostituzione della decontribuzione a favore dei lavoratori dipendenti con nuove misure combinate di sconti Irpef e un bonus per i redditi più bassi.
Mentre la decontribuzione riduceva direttamente le entrate, il bonus viene contabilizzato come maggiore spesa e quindi non alleggerisce formalmente la pressione fiscale. Considerando questa correzione, il carico reale scenderebbe al 42,5 per cento.
Non è davvero più fisco, ma nuove regole
Dal 2023 la pressione fiscale è tornata a crescere, ma dire che il fisco sia diventato più pesante sarebbe fuorviante. A incidere sono state piuttosto modifiche normative: dalla decontribuzione potenziata per i dipendenti, all’accorpamento dei primi due scaglioni Irpef, fino al bonus introdotto nel 2025 per chi guadagna meno di 20.000 euro.
Un ruolo rilevante l’hanno avuto anche le retribuzioni in crescita (grazie a rinnovi contrattuali e arretrati nel pubblico impiego) e il maggior numero di occupati. Questi fattori hanno spinto verso l’alto le entrate da Irpef e contributi previdenziali, senza che vi fosse un vero incremento delle aliquote fiscali.
Italia tra i Paesi più tassati d’Europa
Nel confronto europeo, l’Italia non svetta per virtuosismo. Nel 2024 la Danimarca ha registrato la pressione fiscale più alta dell’UE con il 45,4 per cento del Pil, seguita da Francia (45,2), Belgio (45,1), Austria (44,8) e Lussemburgo (43). L’Italia, con il suo 42,6 per cento, si è posizionata al sesto posto.
Rispetto ai partner principali, il nostro Paese tassa più della Germania (1,8 punti in più) e della Spagna (ben 5,4 punti). Solo la Francia fa peggio, con una pressione superiore di 2,6 punti. La media europea, infine, si ferma 2,2 punti sotto quella italiana.