FIN.PART, CARCERE
DOPO IL CRAC

15 Maggio 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Al telefono, che evidentemente sapeva intercettato, Gianluigi Facchini, azionista di riferimento della Fin.part fallita nell’ottobre 2005, aveva detto a un interlocutore che stava andando alla cresima del figlio. Invece chi lo pedinava l’ha visto partire per Malpensa e imbarcarsi su un volo per Hong Kong. Per fare in tempo ad arrestarlo, i militari della Gdf hanno dovuto fermare l’aereo già in pista pronto per il decollo.

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IL CRAC – Dopo Parmalat, Cirio, Bipop, l’hit parade dei crac italiani registra un’altra entrata di peso con Fin.part, bancarotta da oltre 500 milioni di euro di una società quotata in Borsa, per la quale sabato notte il giudice milanese Piero Gamacchio (lo stesso del crac Ambrosiano) ha ordinato, su richiesta del pm Luigi Orsi, l’arresto di Facchini; dell’imprenditore della Nord Ovest srl, Gianni Mazzola; dell’ex direttore generale della Banca Popolare di Intra, Giovanni Brumana, riuscita a nascondere a Banca d’Italia la propria spaventosa esposizione verso Fin.part (260 milioni di euro) nonostante due ispezioni dell’organo di vigilanza; e l’industriale Michele Paoloni, «ascoltato» in diretta due mesi fa dalle intercettazioni mentre con Mazzola organizzava l’artificioso rialzo del titolo «Schiapparelli», parrebbe (sempre dalle conversazioni) in vista del possibile ingresso nel consiglio di amministrazione di Fabio Roversi Monaco (estraneo all’inchiesta), presidente della Cassa di Risparmio di Bologna. Una ventina gli altri indagati tra i quali il banchiere d’affari (e già consigliere d’amministrazione di Fin.part) Ubaldo Livolsi, che ora è indagato anche per l’ipotesi di concorso nella bancarotta dopo essere appena stato oggetto già di una richiesta di rinvio a giudizio per aggiotaggio sul titolo Fin.part nel 2004.

Fin.part è l’holding creata dieci anni fa dal commercialista lecchese Facchini e dallo scomparso avvocato d’affari Giancarlo Arnaboldi, passati dagli hotel a una serie di acquisizioni nel mondo della moda (Pepper, Frette, Cerruti, Olcese, Frisby). Che però sommergono di debiti il gruppo di Facchini, in breve pesantemente esposto con le banche, soprattutto con la Banca Popolare di Intra, e poi con la massa degli obbligazionisti del bond Cerruti/Fin.part.

I DEBITI CON LE BANCHE – Presto la galassia Fin.part è in mano al suo maggior creditore, la Banca di Intra. Che però continua a finanziarla fino a raggiungere il 31 marzo 2003 i 260 milioni di euro, che nasconde alla Banca d’Italia. Come? Il debito della galassia Facchini viene ridotto solo in apparenza, facendo sì che venga spalmato e intestato ad una serie di soggetti (soprattutto Mazzola) che consentono la cosmesi delle comunicazioni agli organi di vigilanza.

Le indagini passano da un buco all’altro: 80 miliardi di lire con Pepper; 108 milioni di euro nella «gestione» della partecipazione in Frette; il bond Cerruti e garantito da Fin.part per 200 milioni di euro è la più rilevante passività; altri 4,5 milioni di euro spariscono in operazioni su una società quotata al Nasdaq americano, la Frisby Tecnologies; e 14 milioni s’involano verso la libica Lafico, come pedaggio che Fin.part accetta di pagare (aiutando i libici a disfarsi di una partecipazione negativa in Olcese) in cambio dell’«immagine» che la società di Tripoli poteva apportare a Fin.part nel momento in cui ai mercati si profilava quale socio forte che entrava nel capitale del gruppo di Facchini.

Nelle macerie creditizie, si salva Banca Intesa che denuncia una serie di operazioni di Mazzola (con la sponda di due prezzolati funzionari di Intesa) costate 110 milioni di euro di debito inadempiuto, dei quali 24 già persi. Ma le carte delle indagini non sono benevole con quasi tutti i controllori. Dei revisori Kpmg, ad esempio, gli inquirenti rilevano che non si sarebbero accorti delle artificiali plusvalenze in una operazione tra Fin.part e la Banca Commerciale di Lugano, per le quali (secondo il pm) sarebbe bastato uno sguardo alla documentazione bancaria. Mentre nelle operazioni Pepper e Frette, la Procura ritiene che, nella relazione di stima redatta dal professor Luigi Guatri, la determinazione dei valori sarebbe stata fatta senza alcun tipo di controllo, su base esclusivamente prospettica e su notizie non verificate fornite dalla stessa «Frette».

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