Mercati

FED lascia fermi i tassi: l’inflazione stravolge il piano di allentamento

Tutto come nelle previsioni. Nella riunione di ieri, la Federal Reserve ha lasciato invariati i tassi il secondo meeting di fila, confermando il corridoio al 3,50%-3,75%. Il comitato ha votato 11 a 1 a favore della pausa. La scelta era ampiamente scontata dai mercati, ma il messaggio che emerge dalla riunione di marzo è tutt’altro che neutrale. Se da un lato il sentiero ufficiale continua a indicare un solo taglio entro la fine del 2026, dall’altro la traiettoria dell’inflazione torna a farsi più insidiosa, complicando le prospettive di politica monetaria.

“La Federal Reserve ha deciso lasciare i tassi di interesse invariati, adottando un approccio prudente a fronte di un contesto internazionale sempre più instabile. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, infatti, stanno già avendo ripercussioni sui mercati energetici, contribuendo a riaccendere le pressioni inflazionistiche e riportando l’inflazione al centro dell’attenzione degli investitori” ha scritto in una nota Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm.

Inflazione: revisione al rialzo e percorso più lento

Il dato più rilevante riguarda le aspettative sui prezzi. La Fed stima ora l’inflazione (misurata dal PCE) al 2,7% a fine anno, rispetto al 2,4% indicato a dicembre. Un aggiornamento che riflette in larga parte lo shock energetico legato al contesto geopolitico, ma anche una dinamica sottostante più rigida.

Jerome Powell, presiedete della FED, ha sottolineato che nel breve periodo “l’aumento dei prezzi dell’energia spingerà al rialzo l’inflazione complessiva”, aggiungendo però che resta “troppo presto per capire la portata e la durata degli effetti”. In forma indiretta, la banca centrale riconosce che il percorso verso il target del 2% si sta rivelando più accidentato del previsto.

Per la prima volta in modo così esplicito, la Fed incorpora nelle proprie valutazioni l’impatto del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. L’attacco al settore energetico iraniano e le conseguenti tensioni sui prezzi del petrolio — con il Brent salito oltre i 107 dollari al barile — rappresentano uno shock esogeno che rischia di riaccendere le pressioni inflazionistiche.

“Nessuno sa”, ha affermato Powell, quale sarà l’effetto finale sull’economia: “potrebbe essere maggiore o minore”. Una dichiarazione che, più che orientare, fotografa l’incertezza. Durante la riunione, ha ammesso, è stata presa in considerazione anche l’ipotesi di un rialzo dei tassi, pur non rappresentando lo scenario centrale.

Le nuove stime

Le nuove proiezioni macroeconomiche delineano un quadro di crescita leggermente più robusto rispetto alle stime di dicembre: il Pil è atteso al 2,4% nell’anno in corso (dal 2,3%), al 2,3% nel prossimo (dal 2%) e al 2,1% nel 2028 (dall’1,9%). Rivista al rialzo anche la crescita di lungo periodo, ora indicata al 2% dall’1,8%, segnale di aspettative più solide sulla capacità espansiva dell’economia.

Sul fronte dei prezzi, invece, la dinamica appare meno favorevole. L’inflazione è prevista al 2,7% per quest’anno, in aumento rispetto al 2,4% stimato a dicembre, mentre per il 2027 sale al 2,2% (dal 2,1%). Resta invariata al 2% la previsione per il 2028, in linea con l’obiettivo della banca centrale.

Un solo taglio nel 2026, ma cresce la dispersione

Per quanto riguarda il futuro, le proiezioni del FOMC confermano un unico taglio dei tassi entro la fine dell’anno. Tuttavia, emerge un cambiamento significativo nelle aspettative interne: un numero crescente di membri prevede meno allentamento rispetto a tre mesi fa.

Powell ha ammesso che, durante la riunione, “è stata discussa anche l’ipotesi di un rialzo”, pur precisando che non rappresenta lo scenario di base. Un passaggio che segnala quanto il quadro sia fluido.

Il messaggio è duplice. Da un lato, la Fed non intende abbandonare del tutto l’ipotesi di un allentamento; dall’altro, condiziona sempre più chiaramente qualsiasi intervento a progressi tangibili sull’inflazione. Powell lo ha esplicitato: ulteriori riduzioni dipenderanno dall’avvicinamento del dato al target.

Secondo Flax di Moneyfarm “la decisione di ieri arriva in una fase particolarmente delicata anche sul piano interno: il mandato del presidente Powell si avvicina alla sua conclusione e questo alimenta interrogativi sulla futura direzione della politica monetaria. Non è ancora chiaro se l’attuale linea della Fed rifletta principalmente la visione di Powell o piuttosto un consenso più ampio all’interno del Comitato”.

Nel breve termine, un taglio dei tassi appare improbabile almeno fino alla fine del terzo trimestre o all’inizio del quarto, a condizione che la banca centrale continui a muoversi secondo criteri economici tradizionali anche sotto una nuova leadership. Restano sostanzialmente invariate le indicazioni sul percorso dei tassi. Dalla mediana delle proiezioni dei singoli governatori emerge, per la fine del 2026, un livello compreso tra il 3,25% e il 3,50%, coerente con un solo taglio nel corso dell’anno; per il 2027, i tassi sono visti tra il 3% e il 3,25%, a indicare un secondo intervento di riduzione. Nessuna ulteriore modifica è invece attesa nel 2028. Un profilo che ricalca, senza variazioni, quello già tracciato nelle stime di dicembre.

I mercati frenano: tagli rinviati al 2027

La reazione degli operatori è stata immediata. Le aspettative di riduzione dei tassi si sono ridimensionate drasticamente, con i futures che ora indicano un possibile primo taglio non prima del 2027.
Le borse hanno reagito negativamente: Il Dow Jones ha ceduto 768,64 punti (-1,64%), chiudendo ai minimi del 2026; lo S&P 500 ha perso 91,38 punti (-1,36%), il Nasdaq ha chiuso in ribasso di 327,10 punti (-1,46%).  Allo stesso tempo, il dollaro e i rendimenti obbligazionari sono saliti. Il messaggio percepito è che la Fed non è pronta a intervenire a sostegno dei mercati nel breve termine.

Le letture degli analisti: cautela e nervosismo

Secondo Steve Englander di Standard Chartered,  Powell è apparso “estremamente vago” sulla risposta della Fed al conflitto, evitando di sbilanciarsi su quale rischio — inflazione o occupazione — possa prevalere.
Anche Jack Ablin di Cresset Capital, ha evidenziato come il presidente della Fed “sia ora molto attento all’inflazione”, suggerendo la possibilità che “non ci siano affatto tagli quest’anno”.
Marta Norton di Empower ha sottolineato che “i mercati erano andati troppo avanti rispetto alla Fed” e che ora le aspettative sono state ridimensionate. Una revisione che toglie slancio all’azionario, soprattutto in assenza di stimoli monetari.

Powell ha infine chiarito che, al termine del mandato da presidente, non lascerà il Board of Governors, almeno fino alla conclusione dell’indagine sui lavori alla sede della Fed. “Non ho alcuna intenzione di lasciare il consiglio finché l’inchiesta non sarà chiusa in modo definitivo e trasparente”, ha affermato. Quanto all’eventuale permanenza come governatore anche successivamente, ha spiegato di non aver ancora assunto una decisione: la valuterà “in base a ciò che riterrò migliore per l’istituzione e per le persone che serviamo”. Il suo mandato come governatore è in scadenza il 31 gennaio 2028.