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Fca, Australia indaga su emissioni diesel di 40mila auto

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Dopo le indagini francesi, riportate dalla stampa questa settimana, un altro sospetto su veicoli dalle emissioni irregolari colpisce nuovamente Fiat Chrysler, questa volta in Australia. A darne notizia sono alcune indiscrezioni della stampa nazionale che riferiscono come il governo federale stia “investigando fino a 40mila unità Jeep, Chrysler, Fiat e Alfa Romeo” a gasolio vendute in Australia; in particolare è Jeep il marchio più rilevante dei quattro con 36mila unità vendute.

A riferire la notizia è News.com.au; al momento i portavoce italiani di Fca si sono detti ancora allo scuro della vicenda. Il dipartimento delle infrastrutture e dello sviluppo regionale ha dichiarato che sta lavorando con Fiat Chrysler Australia per verificare la consistenza delle accuse della magistratura francese sulle emissioni delle vetture Fca anche sui veicoli venduti nel Paese. In Francia le indagini avevano colpito con accuse analoghe anche Volkswagen e Renault.
Per il momento nessun rappresentante di Fiat Chrysler Australia ha rilasciato commenti in merito agli accertamenti in corso.

In precedenza un richiamo aveva colpito circa 100mila vetture diesel di Volkswagen vendute in Australia, mentre due Corti Federali sostengono che Audi, Skoda e la stessa Volkswagen hanno violato le regolamentazioni sulle emissioni.

Già a gennaio Fca è stata accusata dall’Epa statunitense di aver montato un software in grado di alterare le emissioni di ossido d’azoto (NOx) su oltre 100mila veicoli diesel.

Due giorni fa un portavoce di Fca Europe raggiunto da Reuters aveva rassicurato sul fatto che le questioni sarebbero state risolte con le autorità su tutte le investigazioni in atto.

Il titolo Fca è in ribasso dell’1,29% a Piazza Affari, a 9,96 euro; il minimo di giornata, per il momento si è attestato a 9,825 euro, in seguito al profit warning lanciato da Ford, di cattivo auspicio per tutto il settore. Gli utili per azione previsti dal colosso Usa nel primo trimestre saranno compresi fra gli 0,3 e 0,35 dollari, rispetto agli 0,47 previsti dal consenso.