Evasione, conti nascosti per $32.000 miliardi, doppio Pil Usa

19 Giugno 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Il passo avanti (e non da gambero, si spera) del G8 sulla stretta all’evasione e lo scambio automatico sulle informazioni fiscali segue altri piccoli passi fatti di recente da molti Paesi europei.

L’ultimo, in ordine cronologico, e piuttosto frettoloso è quello del Regno Unito che con tempismo formidabile alla vigilia del G8, ha ottenuto un piccolo successo che il premier David Cameron ha abilmente portato su un piatto d’argento al vertice.

Pochi giorni fa il premier ha convinto tutti e dieci i territori d’oltremare britannici a impegnarsi formalmente nella lotta contro l’evasione fiscale.

I leader di Gibilterra, Anguilla, Turks e Caicos, Montserrat, Jersey, Guernsey, l’Isle of Man, Bermuda, le isole Cayman e le isole Vergini britanniche, tra i più noti paradisi fiscali al mondo, hanno accettato di firmare la convenzione Ocse sulla mutua assistenza amministrativa in materia fiscale.

L’accordo multilaterale, che l’Italia aveva siglato nel 2006, è stato da poco allargato ai Paesi non-Ocse ed è considerato dalle autorità fiscali un efficace strumento nella lotta all’evasione mondiale, un fenomeno che nasconde una ricchezza gigantesca. A livello mondiale i furbetti del fisco evadono 3mila miliardi di dollari.

E sempre secondo i dati del Tax Justice Network, i conti nascosti ammontano a 32mila miliardi, il doppio del prodotto interno lordo degli Stati Uniti.

L’accordo siglato dal Regno Unito è importante perché contiene clausole in materia di scambio di informazioni, notifica di documenti, verifiche simultanee e assistenza alla riscossione. È anche vero che l’intesa con i territori d’oltremare, tra i più noti paradisi fiscali, evita un potenziale imbarazzo a Cameron, che ha posto l’evasione fiscale come priorità per il G8 durante la presidenza di Londra.

Al di là del moralismo british, per Downing Street era ormai politicamente indigeribile scoprire, per esempio, che Google ha generato utili per 18 miliardi di dollari nel Regno Unito dal 2006 al 2011 e poi ha pagato in tasse, nello stesso periodo, 16 milioni di dollari.

Il primo motore di ricerche al mondo è “ricercato” dal fisco inglese che ha aperto un’inchiesta e lo stesso vale per Amazon che avrebbe pagato 3,2 milioni di tasse nel Regno Unito a fronte di un fatturato di 4 e più miliardi di sterline di prodotti venduti a cittadini residenti in Gran Bretagna.

Ma se le multinazionali a stelle e strisce razzolano male e non disdegnano angoli del Vecchio Continente, come riparo sicuro dalle tasse, il Fisco Usa non solo predica bene ma usa il pugno di ferro, per esempio con la Svizzera e le sue banche che hanno consentito a molti cittadini americani di evadere.

Dopo le multe alle banche Ubs e Wegelin e l’accordo per l’adesione parziale di Berna alle norme americane Fatca, a fine maggio il governo svizzero, attraverso il ministro delle Finanze, Eveline Widmer-Schlumpf, ha annunciato un nuovo accordo con le autorità Usa che limita il segreto bancario.

Ma la strada è ancora tutta in salita nella Confederazione, tanto è vero che, dopo l’approvazione risicata della scorsa settimana al Consiglio degli Stati (la camera alta del parlamento elvetico) ieri, con un’ampia maggioranza, è arrivato lo stop del Consiglio Nazionale (camera bassa).

Rischia quindi di essere bocciata la legge federale presentata dal governo per chiudere l’annosa vertenza tra le banche svizzere e il fisco americano. Timidi segnali di apertura e collaborazione fiscale con l’Ue sono arrivati anche da Lussemburgo e Austria. In particolare il Lussemburgo, che ha asset bancari pari a 22 volte il suo Pil, si è detto pronto a discutere di iniziative internazionali per limitare l’utilizzo di sistemi transfrontalieri che riducono le imposte alle grandi società.

Un tema che riguarda molto da vicino ancora le grandi società multinazionali, come Amazon, Apple, Microsoft e Google, che una volta rischiavano di pagare due volte sullo stesso reddito nel passaggio transfrontaliero, e che ora sono passate, grazie ad abili meccanismi fiscali, a regimi di bassa tassazione sui profitti.

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