Europa “à la carte”. Altri paesi invocheranno Brexit?

11 Febbraio 2016, di Alberto Battaglia

Se i negoziati volti a disinnescare il rischio Brexit, condotti premier britannico James Cameron con l’Europa, saranno vittoriosi, molti altri paesi saranno pronti a salire sul carro di questa strategia. Infatti, se la minaccia concreta di un’uscita dall’Unione Europea si sarà rivelata un’efficace leva contrattuale per piegare Bruxelles alle proprie richieste, sarà difficile contenere la voglia di azionarla. Del resto, le frizioni con l’Ue, da Helsinki ad Atene, non mancano assolutamente.
Nel gergo della scienza politica lo si chiama “bandwagoning”, l’avvicinamento alle posizioni degli attori che si rivelano più forti. Nell’attuale condizione di debolezza politica dell’Ue, la battaglia anti-europea in atto nel Regno Unito rischia di creare un precedente di successo per cambiare la rotta tracciata nella direzione dell’integrazione europea. Di questo è convinto l’analista politico di Open Europe, Vincenzo Scarpetta:

“Il fatto che David Cameron abbia sollevato una serie di questioni e che queste siano state tutte affrontate sta creando un precedente politico. I negoziati britannici dovrebbero essere visti come parte di un percorso a lungo termine di più ampie riforme dell’Unione Europea, Cameron [invece] ha richiamato questioni rigurardo al suo stesso futuro.

“Chiunque potrebbe dire ‘facciamo la Brexit, funziona’” ha dichiarato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan su Politico, “e siccome c’è molto sentimento antieuropeo in molti se non in tutti i paesi membri, questo fornirebbe, un’arma molto forte agli antieuropei di molti paesi”.
Quella che potrebbe profilarsi, dunque, è l’idea di un’Europa “à la carte”, fatta su misura per le rivendicazioni di ciascuno stato membro. Anche l’Italia, sotto la guida di un partito europeista come il Pd, ha dimostrato, con le recenti frecciate di Matteo Renzi, che molti patti con l’Ue andrebbero riscritti: se ne è parlato per la gestione dei migranti affogati al largo di Lampedusa, ma anche per la rinegoziazione dei parametri europei sulla flessibilità del bilancio pubblico, a detta di molti, imbrigliato da vincoli che impediscono il pieno esercizio di una politica economica ottimale.

Un’attenzione particolare, poi, andrebbe rivolta alla Francia, squassata politicamente dall’ascesa del Front National. Secondo John Springford, senior research fellow presso il London’s Centre for European Reform, i funzionari europei stanno cercando “inviare segnali” a Marine Le Pen e all’elettorato francese per persuaderlo del fatto che “il trucco” di un ricatto alla Brexit “non funzionerà”, poiché “se la Francia diventa euroscettica, il progetto è bruciato”.
Ma le richieste dei vari Paesi membri, in opposizione al mainstream di Bruxelles, non potrebbero essere più varie. Si va dalla Polonia, contraria al progetto di difesa comune europea e all’introduzione (già prevista dal precedente governo) della moneta unica, all’esigenza danese di maggiori controlli sull’immigrazione; dal desiderio di più centralismo espresso dalla Finlandia, preoccupata dallo scarso rigore sui conti dei partner mediterranei, all’indipendentismo catalano, che spera di trovare nell’Ue un’interlocutore per le sue rivendicazioni sul territorio spagnolo.

 

Fonte: Bloomberg