Euro: quattro modi per morire. Ue deve solo decidere come

2 Maggio 2012, di Redazione Wall Street Italia

New York – “L’euro non morirà nell’arco di una notte, ma ormai appare sempre più chiaro: è improbabile che la moneta unica riuscirà a sopravvivere così come la conosciamo”. Parola dell’analista di Chartered Financial Michael Sivy – commentatore apparso in diversi canali televisivi come Abc, Cbs, Nbc, Fox – che ha elaborato un’analisi approfondita nell’articolo “4 Ways the Euro Could Fail”, ovvero i quattro modi secondo cui l’euro potrebbe fallire. La conclusione a cui arriva l’analisi corrisponde alla realtà che molti temono: tutte le azioni che potranno essere intraprese da ora in avanti provocheranno alla fine una crisi finanziaria. Il minor danno possibile sarà garantito dall’adozione di politiche pro-crescita moderate. Ma alla fine, sempre che riesca a sopravvivere, l’euro non sarà più lo stesso.

Di seguito i quattro scenari, che vanno da quello più probabile a quello meno probabile, nel breve termine.

PRIMO SCENARIO ovvero “La Francia e altri paesi convincono la Germania ad adottare politiche pro-crescita”.

Questa ipotesi è avallata dalle ultime evoluzioni – o involuzioni – dello scenario politico europeo. Tra queste, “il collasso del governo olandese, che ha reso difficile per il paese riuscire a centrare i target di deficit e, in Francia, il candidato socialista Francois Hollande, che molto probabilmente vincerà le elezioni presidenziali di domenica”.

Hollande ha “chiesto l’adozione di politiche pro-crescita, fattore che ha provocato costernazione in Germania. Ma è fuor di dubbio che la forma mentis dell’Europa è cambiata e che a questo punto la “Germania potrebbe non avere altra scelta che intraprendere una strada diversa, accettando l’eventualità di maggiori spese – e maggiori richieste di ulteriore debito – dai governi nazionali. Nel breve termine, tale strategia aiuterà le economie europee a ridurre la disoccupazione e l’impatto della recessione. Ma nel lungo termine i debiti dei governi saliranno. Di conseguenza, l’adozione di queste politiche a favore della crescita posticiperanno, ma non risolveranno, la crisi dell’Eurozona. La crescita dei debiti che ne seguirà peggiorerà infatti ogni crisi finanziaria che potrebbe presentarsi. Detto ciò, questa opzione corrisponde al male minore”.

SECONDO SCENARIO ovvero “Le politiche di austerity portano la maggior parte dell’Europa in recessione”.

Questa seconda ipotesi è già una realtà, che si presenta ogni giorno sotto gli occhi di tutti. Il problema è che una dozzina di paesi europei è già in una fase di contrazione economica. “Nel lungo termine – ferme restando le politiche di austerity volute dalla Germania – i paesi in difficoltà finanziaria dovranno tagliare le proprie spese, aumentare le tasse, ridurre i propri costi del lavoro e limitare il ricorso ai prestiti. Tuttavia, tagli così veloci renderanno ancora più difficile abbassare il livello del debito inteso come percentuale del Pil – e questo perchè il Pil sta scendendo”.

Di conseguenza, se la politica della Germania prevarrà, i paesi più deboli potranno arrivare al punto di non poter più vendere titoli di stato a tassi che possono permettersi e gli elettori potrebbero anche rifiutarsi di sostenere queste politiche di rigore. In questo caso, l’outlook è quello di una recessione diffusa, che contagerà gli Stati Uniti e che si tradurrà in un aumento dei rischi di default. Questo potrebbe essere lo scenario più distruttivo, che combinerebbe il rallentamento delle economie con grandi shock al sistema bancario internazionale.

TERZO SCENARIO ovvero “I paesi più deboli vengono cacciati uno dopo l’altro dall’Eurozona”.

“Se la situazione andrà avanti come si presenta in questo momento, i paesi più deboli dovranno offrire tassi sempre più alti per riuscire a piazzare i loro bond, e alla fine non saranno più capaci di rimanere nell’Eurozona. La Grecia probabilmente sarà la prima ad andare via, fattore che scatenerebbe la speculazione su una uscita di scena di Portogallo, Spagna, e anche Italia. Tale situazione creerà un circolo vizioso, spingendo i tassi di interesse a crescere ulteriormente”.

Outlook: nel breve termine, questo scenario è meno probabile; tuttavia, sarà difficile evitarlo nel caso in cui niente cambierà dal punto di vista dei fondamentali. Quanto potrà essere doloroso? Guardando ai “contro”, nel lasciare l’Eurozona i paesi provocherebbero una serie di shock alle banche più importanti che detengono i loro debiti. Se vogliamo guardare a un aspetto “positivo”, però, è anche vero che, una volta lasciata l’Eurozona, i paesi potrebbero rimettere in sesto le proprie economie intraprendendo un cammino per la ripresa. Indicativo il caso dell’Argentina, che, agganciando la sua valuta al dollaro agli inizi degli anni ’90, ha sofferto una forte recessione dopo aver deprezzato la sua moneta nel 2001. Ma entro il 2003, l’economia stava di nuovo registrando un boom.

QUARTO SCENARIO ovvero “L’Eurozona si divide in due diverse aree valutarie”.

E’ l’ipotesi Euro di serie A ed Euro di serie B. “La soluzione più razionale – ma la meno probabile per motivi politici – è che la Germania e altri pochi alleati, come l’Olanda, lascino l’Eurozona e creino una loro propria moneta. L’euro rimarrebbe la valuta dei paesi del Sud e potrebbe essere deprezzato, al fine di allentare la pressione su questi paesi. Outlook: i paesi sudeuropei soffrirebbero una recessione per un anno circa. Le banche accuserebbero perdite sui loro bond, dovuti però più alla flessione dei prezzi che non a default diretti. Teoricamente, anche questo potrebbe essere lo scenario migliore e il meno distruttivo.

“Ma in definitiva, una soluzione ideale, probabilmente, non esiste. Tutti e quattro gli scenari contemplano una crisi finanziaria e differiscono solo per l’intensità della crisi e per il timing. Sicuramente, le politiche peggiori sono quelle estreme: non fare nulla, o essere troppo duri. La cosa migliroe sarebbe tentare di mantenere in atto alcune misure per la crescita economica, impedendo allo stesso tempo ai paesi già ultra-indebitati di indebitarsi ulteriormente. Il target più realistico a questo punto potrebbe essere semplicemente quello di evitare che le condizionidell’Eurozona peggiorino e minimizzare dunque il danno”, conclude Michael Sivy.