Brexit, spettro no deal traina export italiano

17 Maggio 2019, di Alberto Battaglia

Il Regno Unito si conferma il mercato di destinazione più in crescita per le esportazioni italiane nel mese di marzo, come conseguenza dell’incertezza relativa alla Brexit e al timore che molti prodotti a breve finiranno col costare di più. O, peggio, che il No deal possa comportare vere e proprie interruzioni nel commercio. Si spiega così il balzo del 23% delle esportazioni italiane nel Regno Unito, per un valore aggiuntivo di 450 milioni di euro.

Le dinamiche delle esportazioni sono state divergenti fra quelle dirette nell’Ue e quelle nel resto del mondo: le prime sono cresciute dello 0,9%, mentre le seconde sono diminuite dello 0,5%. In particolare, le esportazioni dirette negli Stati Uniti sono diminuite dell’11% a marzo e del 15% quelle in Turchia.

Minore l’impatto negativo della Germania, verso la quale le esportazioni sono calate del 2,5%. Complessivamente, le esportazioni sono aumentate dello 0,3% a marzo, e del 2,0% annuo nel primo trimestre.

Saldo commerciale migliorato di 8 milioni

“A marzo 2019 l’export risulta in moderato aumento congiunturale mentre è stazionario su base annua”, ha commentato l’Istat, nella nota collegata al pubblicazione dei dati, “la crescita è frenata dalla flessione dei beni strumentali, ove nel mese precedente e nel confronto con l’anno precedente si erano registrate movimentazioni occasionali di elevato impatto, al netto delle quali si stima un aumento dell’export pari a +1,3% su base annua e a +1,1% su base mensile”.

Allargando il focus ai primi tre mesi dell’anno si osserva un aumento sia delle esportazioni verso i Paesi Ue (+0,6%) e sia incremento del 0,3% della componente extra Ue. La crescita complessiva su base annua è dell’0,5%. Nello stesso periodo le importazioni sono scese del 3,4% favorendo per la maggior parte l’incremento del saldo commerciale, migliorato per oltre 8 miliardi euro (dato, però, non destagionalizzato).

Se la crescita dovesse deludere le attese nel trimestre, quindi, ciò sarebbe dovuto in primo luogo ai consumi interni e non al rallentamento della domanda dall’estero (come spesso suggerito nei mesi scorsi da vari esponenti del governo).