Economia post Brexit: “sweet spot” non durerà

15 Maggio 2017, di Alberto Battaglia

A quasi un anno dall’esito del referendum sulla Brexit ci si interroga ancora su quali siano stati e quali saranno gli effetti economici di questa decisione. Per cercare di riordinare le idee il think-tank Bruegel ha riassunto alcuni dati sul primo trimestre del 2017 e avanzato alcune interpretazioni sulla fase in cui attualmente si trova l’economia britannica.

Nei primi tre mesi del 2017 il Pil del Regno Unito è cresciuto dello 0,3%, un ritmo più basso rispetto al +0,6% registrato un anno prima. A frenare questo dato ci sono, da un lato, i rallentamenti dei settori basati sui servizi al consumatore (come quello delle vendite al dettaglio), dall’altro si registra la crescita (+0,5%) del manifatturiero, con particolare risalto per l’industria dell’automobile.

Per adesso l’inflazione si è mantenuta all’1,6%, al di sotto del target del 2%, anche se le prospettive restano quelle di una costante salita. Secondo la Resolution Foundation, l’indice dei prezzi al consumo, in particolare, è destinato a raggiungere il 3,4% entro fine anno. A questo scenario si affianca il fatto che, per tutto il 2016, sono stati proprio i consumi a trainare la crescita del Pil, a discapito delle altre sue componenti. A marzo l’indice dei prezzi al consumo ha raggiunto il 2,3%: era all’1,2% nel quarto trimestre 2016. Crescendo i salari a un ritmo inferiore rispetto all’inflazione c’è da aspettarsi una persistente riduzione del reddito disponibile delle famiglie.

Nella seconda metà del 2016, tuttavia, i consumi hanno battuto le aspettative. Cos’è cambiato, allora, nel primo trimestre? Una possibilità è che i consumi di beni esteri siano stati anticipati prima che divenissero troppo cari, a Brexit avvenuta. Ora è possibile che le famiglie “si stiano rendendo conto che avranno da fronteggiare una caduta nei propri redditi futuri e stiano iniziando a correggere i consumi”. “Anche se la crescita del Pil non si deteriorasse, i redditi della famiglia media rimarrebbero, nella migliore delle ipotesi, piatti”, scrive il think-tank Bruegel.

Se per il momento i danni della Brexit sono risultati più contenuti del previsto, comunque, potrebbe essere dovuto alla fase di mezzo in cui molte aziende stanno operando, sottolinea Ben Broadbent (Banca d’Inghilterra): infatti la caduta della sterlina “post-referendum” coesiste con i mercati aperti ancora operativi fra Ue e Regno Unito, a tutto vantaggio degli esportatori di quest’ultimo. Uno “sweet spot” destinato a non durare.