Potenti del pianeta stanno ingigantendo effetto Brexit?

21 Giugno 2016, di Alberto Battaglia

Sono in molti a credere che, nel referendum di giovedì sulla Brexit la posta in gioco sia molto più alta di quelle che potrebbero essere le conseguenze economiche e finanziarie per il Regno Unito e l’Unione Europea. Molti dei protagonisti del ritorno all’ordine nazionale, opposto ai valori della globalizzazione, guardano con estremo interesse il risultato del referendum, consapevoli che l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea sarebbe la vittoria di un crescente sentimento di sfiducia verso quei valori liberali della “civiltà occidentale”. A utilizzare questa espressione appena qualche giorno fa è stato proprio un preoccupato Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo.

Certamente, la prospettiva di un recupero della pienezza di tutti i poteri nazionali alletta formazioni come il Front National di Marine Le Pen, la Lega in Italia, e, oltreoceano, politici come Donald Trump, che criticano apertamente le conseguenze della liberalizzazione dei commerci internazionali.

Una eventuale decisione del Regno Unito verso l’addio all’ l’Unione europea potrebbe rappresentare un punto di svolta tale da rinvigorire questo genere di populismi in tutta Europa.

Anche per una ragione ulteriore. A differenza della Grecia, assai prossima a lasciare l’Europa durante l’estate scorsa, le scenari post-uscita della Gran Bretagna, per quanto negativi, non sono catastrofici. Atene, al contrario avrebbe subito un shock economico tale da aver dissuaso tutti i buoni propositi del premier Alexis Tsipras che, infatti, ha preferito cedere alle richieste dei creditori, piuttosto che lanciare il Paese a fare i conti con un salto nel vuoto.

In Inghilterra, al contrario, è diffusa la sensazione secondo cui le ripercussioni economiche dell’uscita siano state assai drammatizzate dalle istituzioni come la Banca d’Inghilterra, l’Ocse e il Fondo monetario internazionale.

La completa indipendenza di Londra, al contrario di quella di Atene, avrebbe un costo sostenibile per il Regno Unito ed è questo a renderla politicamente pericolosa. Altri Paesi, infatti, potrebbero invocarne l’esempio e, potenzialmente, dare il colpo di grazia al progetto europeo. Di recente lo stesso Tusk ha parlato di “un’ illusione” riferendosi alla prospettiva di un’Unione Europea come futuro stato federale; tenere insieme i pezzi di quest’Unione incompleta, infatti, è sempre più difficile.

Nonostante tutti gli sforzi volti a persuadere i britannici che restare nell’Ue convenga (fatto difficile da contestare sulla carta) solo il 37% è convinto che lasciare l’Unione avrebbe conseguenze economiche negative. Questo dato rivela che sono soprattutto le emozioni a guidare le convinzioni degli elettori sul referendum: l’impressione è che molti voteranno per Brexit non tanto perché capiscono i costi e i benefici della propria scelta, bensì perché non si riconoscono nella macchina politica di Bruxelles.

Le identità, per i sostenitori della Brexit e per quelli che tifano per loro, contano più del denaro.