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Dollaro: il canto del cigno prima del tracollo definitivo

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ROMA (WSI) – Da quando la crisi economica del 2007-2008 ha costretto gli Stati Uniti a ricorrere al Quantitative Easing per sostenere la propria economia, da più parti si è detto che il dollaro andava incontro alla sua fine, che il collasso era imminente, che l’oro o il bitcoin o l’euro o lo yuan lo avrebbero sostituito e via dicendo. Il Quantitative Easing è finito ed attualmente addirittura gli Usa annunciano una crescita del 5% (anche se questa gravemente manipolata dall’Obamacare e non supportata dal calo dei consumi, dal dato sul tasso di occupazione, dalla sfiducia al governo e da proteste e criminalità dilagante). Questo effettivamente potrebbe bastare a smontare definitivamente la tesi che il dollaro si avvii verso il suo collasso, dato che invece si sta rafforzando e gli Usa sono in una presunta forte ripresa, ma noi ora vogliamo dimostrare il contrario.

Come molti lettori probabilmente sapranno le banconote che oggi usiamo derivano dalle promesse di pagamento con cui il portatore di una determinata banconota poteva riscuotere dalla banca emittente una certa quantità di oro scritto sulla stessa. Questo fin dai suoi esordi medievali. In seguito, questo sistema è divenuto centralizzato, quindi era la banca centrale del paese a garantire la banconota emessa, garantita da una determinata quantità di oro. Questo sistema ad un certo punto crollò, perché, inevitabilmente, durante le crisi politiche, geopolitiche ed economiche, la richiesta di oro aumentava e la riserva non bastava a coprirla. L’evoluzione di questo sistema furono gli accordi di Bretton Woods, dove ci si accordò nel rendere il dollaro statunitense la valuta di riferimento mondiale con cui si devono compiere i principali scambi commerciali e fu l’unica che fu legata all’oro, tutte le altre valute furono invece coperte dal dollaro, quindi solo indirettamente dall’oro. Anche questo sistema fallì, perché sotto Nixon, non si riuscì più a coprire le richieste di conversione del dollaro in oro e quindi fu annunciata unilateralmente la sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Quindi si passò ad un regime di cambi variabili, ma il dollaro rimase la valuta di riferimento sia perché lo era già sia per la potenza militare ed economica degli USA che quindi la rendeva la valuta più sicura. Da quel momento in poi gli USA ebbero un grandissimo vantaggio quello di poter emettere una supevaluta che non serviva soltanto come moneta circolante per far funzionare la propria economia ma era anche usata a livello internazionale negli scambi tra le nazioni.

Quindi oltre al suo valore di valuta nazionale coperta dalla capacità produttiva del paese possedeva anche un valore intrinseco dovuto al fatto di essere la valuta di riferimento mondiale, quindi non era richiesta solo per essere usata negli USA ma anche e soprattutto per essere usata come riserva di valore e negli scambi internazionali. Il vantaggio che questa situazione ha dato agli USA è grandissimo e come se durante il Gold Standard, uno stato avesse il monopolio nella produzione di oro.

Gli Usa hanno usato questo vantaggio sia per sostenere la propria economia interna, sia nelle immense spese militari ed anche per sostenere costantemente il deficit della bilancia commerciale. Quindi gli Usa hanno sempre vissuto al di sopra delle proprie possibilità grazie al dollaro, scaricando sugli altri le proprie necessità. Se da questo punto di vista gli States hanno effettivamente un grande vantaggio su tutti, al tempo stesso l’emissione di dollari anche se fa vivere lo Stato e la società americana al di sopra delle proprie possibilità sostiene la crescita dell’economia mondiale.

Il Quantitative Easing è la dimostrazione lampante del discorso appena fatto. Molti analisti austriaci ma anche keynesiani sbagliano a pensare che il Quantitative Easing sia uguale a quello di una qualsiasi altra nazione del pianeta ed infatti gli effetti sono decisamente diversi. Quello americano non riguarda solo la società americana ma è un QE globale, perché il dollaro è la valuta base del pianeta.

Questa manovra monetaria ha avuto come conseguenza quella di favorire l’ascesa dei diversi paesi emergenti del mondo e la salita del prezzo di diverse materie prime di cui questi sono produttori. Questa ascesa è data dal fatto che nel mondo attualmente sono presenti circa 158 trilioni di debito in dollari. Quindi chi pensa che il dollaro sia in difficoltà perché Washington ha un debito pubblico di circa 18 trilioni deve comprendere che gli USA non sono il Giappone o la Russia e che quel debito non è in una valuta soltanto nazionale ma in una valuta di riferimento mondiale che è coperta da 158 trilioni di debito.

Quindi se Washington deve ai sottoscrittori 18 trilioni al tempo stesso nel mondo i debitori devono restituire 158 trilioni di dollari. Praticamente il debito pubblico americano è coperto dai debiti internazionali sottoscritti in dollari ed ha attualmente una copertura di più di 8 volte superiore, per quello il dollaro non è crollato con il QE.

Ora con la fine del QE, il dollaro torna velocemente a salire e negli ultimi sei mesi la maggioranza delle valute mondiali si è svalutata nei suoi confronti ed anche le materie prime. Questo comporta una serie di conseguenze: che il debito in dollari, salendo il dollaro, aumenta e che quindi diventa più difficile restituirlo ed inoltre essendo venuta meno l’iniezione di liquidità, manca inevitabilmente il circolante in dollari necessario atto a garantire il pagamento degli interessi e quindi tutti i paesi, soprattutto quelli emergenti e dipendenti dalle materie prime, sono costretti a estrarre della propria ricchezza nazionale per pagare direttamente o indirettamente il debito in dollari con conseguenze recessive o rallentanti sulla propria economia. E le conseguenze di questa situazione si sono già abbattute pesantemente sul petrolio e sui diversi paesi emergenti, soprattutto quelli legati a questa materia prima ma non solo quelli.

Il rublo russo, come già sappiamo, è stato tra quelli più colpiti ed adesso tutti i paesi in cui esiste una certa influenza russa sulla propria economia dalla Serbia, alla Bielorussia, al Kazakistan, al Turkmenistan, ecc stanno subendo una forte svalutazione e c’è il forte rischio che questo comporti dal Venezuela, alla Nigeria fino all’Indonesia un grave aumento dell’instabilità sociale e politica.

Detto questo, molti di voi si chiederanno perché il dollaro dovrebbe collassare dato che anzi si sta rafforzando sulle spalle di tutti. E’ proprio la Storia ad insegnarcelo. Quando vigeva la riserva aurea, è proprio nei momenti di crisi generale che l’oro è più forte e che quindi viene richiesto ed è proprio questo che fa saltare il banco e che porta alla bancarotta. Al tempo stesso, avendo il dollaro il ruolo che prima era dell’oro, dimostrando gli Usa una certa presunta crescita e provocando con la fine del QE la svalutazione di tutte le valute mondiali, accrescono di nuovo a dismisura il ruolo del dollaro come valuta di riferimento e quindi la richiesta di esso continuerà a salire ma questo provocherà una grave deflazione interna ed essendo la società americana gravemente indebitata, inevitabilmente non riuscirà a restituire una valuta rivalutata dato che a malapena riesce a restituirla adesso. E questo vale ovviamente anche per il debito pubblico.

Se il debito pubblico americano era garantito dal debito in dollari nel mondo, se quest’ultimo salta e non vale più, anche il primo non è più coperto. E se la recessione è stata finora abbastanza sopportata in Europa, dove prima della crisi economica la diseguaglianza sociale era abbastanza mitigata quindi un suo incremento finora è stato ancora tollerato, negli Usa dove la diseguaglianza è già a livello di Terzo Mondo e dove la tensione sociale è già ora alle stelle, l’austerity comporterà un esplosione sociale senza precedenti.

È a questo punto che l’instabilità economica, sociale e politica statunitense potrebbe mettere fine al dollaro, perché il dollaro rimarrà forte finché gli effetti recessivi della sua forza non si manifesteranno ed a quel punto il governo sarà costretto a una di queste tre cose: 1) austerity, quindi ridurre il debito pubblico con tutte le conseguenze sociale del caso 2) aumentare a dismisura il debito mettendo però in dubbio l’effettiva forza del dollaro 3) Ricominciare con il QE, dimostrando il totale fallimento della presunta ripresa americana. In tutti e tre questi scenari, il dollaro, dopo l’apparente forza, verrebbe messo seriamente in dubbio e quindi in questa fase probabilmente assisteremo alla sua disfatta definitiva.

Se finora la previsione può essere espressa abbastanza chiaramente, quello che avverrà dopo la disfatta del dollaro non è così facile da prevedere. Sicuramente la Terza Guerra Mondiale già iniziata aumenterà d’intensità e si estenderà come una vera e propria guerra civile globale. Probabilmente assisteremo all’ascesa, come in tutti i momenti di crisi, del prezzo dell’oro, che probabilmente diventerà molto ricercato, soprattutto dopo che sempre più paesi ne richiederanno indietro le riserve all’Impero fallito americano e questo dimostrerà di non averle più. E’ probabile, nella fase iniziale della disfatta del dollaro, che si affermi lo Yuan cinese, magari legato ad una riserva aurifera già in suo possesso, ma a nostro avviso sarà un’affermazione effimera dato che la Cina non ha le caratteristiche per sostenere una valuta di riferimento globale ed ancora peggio se la legherà all’oro.

I motivi del perché lo Yuan non sarà la valuta di riferimento mondiale, li elencheremo in un nostro futuro articolo. E al tempo stesso non sarà neanche possibile un ritorno al Gold Standard come da molti ipotizzato. Un sistema del genere come quello del dollaro non può che crollare perché è un sistema di debito impagabile, dove è necessaria la continua creazione di moneta almeno per ripagare gli interessi sul debito emesso, altrimenti questi dovranno essere estratti dall’economia reale innescando inevitabilmente la crisi.

L’oro non può funzionare, sia perché in parte viene sottratto alla circolazione con lo smarrimento e soprattutto con l’accumulo e soprattutto se viene prestato ad interesse inevitabilmente sarà sempre impagabile se non supportato da un’attività estrattiva pari all’ammontare degli interessi più alla deflazione naturale del sistema, cosa impossibile; e del resto per questo esso non ha funzionato in passato. Ed ora accade lo stesso agli USA, paradossalmente era meglio che continuassero con graduale QE che mantenesse il dollaro stabile e rendesse ripagabili i debiti contratti. Per questo sosteniamo che propria la sua attuale e futura forza ne determina la successiva disfatta. E dato che il trucco di emettere soldi facili e poi rendere impossibile restituirli è stato usato con determinati obiettivi politici da secoli, fino anche all’Unione Europea, ci sentiamo anche di metterne in dubbio la casualità, ma intravediamo, invece, una mano consapevole degli stessi che portano avanti la lunga marcia dell’Eurocrazia.

La disfatta Usa potrebbe tradursi credo in due modi, se tutti i rimedi falliranno: o in una unione monetaria, politica e militare con Canada, Messico ed Europa, così da ricostituire una fortissima valuta di riferimento; o come personalmente credo, alla disintegrazione interna degli Usa e il conseguente inasprimento del conflitto mondiale, come scritto in questo articolo. In qualsiasi caso ci avviciniamo spediti ad una lunga fase di transizione post-capitalista o post-socialista se siete economicamente austriaci. Comunque la vogliate chiamare, sarà una transizione dolorosa dovuta alla lunga e graduale fine di un sistema di accentramento distopico del potere. (Attraverso l’accentramento del valore nel capitalismo e con l’accentramento del potere statale nel socialismo).

Fonte: Hescaton