Default societari ai massimi dallo scoppio della crisi

18 Aprile 2016, di Mariangela Tessa

NEW YORK (WSI) – Inizio anno da incubo per i fallimenti societari. La conferma arriva dall’agenzia Standard&Poor’s, secondo la quale da gennaio a oggi si sono registrati fallimenti societari che hanno interessato 50 miliardi di dollari di debito. Il tassi di default – rende sempre noto l’agenzia – e’ il piu’ alto dallo scoppio della crisi finanziaria. Solo la scorsa settimana, sono state cinque le societa’ che hanno dichiarato lo stato di bancarotta, portando a 46 il numero totale di default a livello mondiale.

Il trend e’ guidato dalle compagnie petrolifere, che stanno attraversando un periodo nero per via del nuovo crollo dei prezzi del greggio registrato a inizio anno.

Ma secondo Deutsche Bank questo e’ solo l’inizio. Il picco di fallimenti sara’ registrato nel 2017 e nel 2018. E’ nel prossimo biennio che il tasso di default raggiungerà’ il 4%, ovvero uno su 25 emissioni di debito, per il mercato high-yeld. Una percentuale che sara’ ancora piu’ alta se si considera solo le aziende del comparto petrolifero. In quest’ultimo comparto, la percentuale dovrebbe essere compresa tra il 9 e l’11%, sotto il picco precedente quando si era toccato quota 15%.

Non e’ la prima volta Standard&Poor’s lancia l’allarme sui default aziendali. Pochi mesi fa, l’agenzia di rating aveva acceso i fari sul 2015, anno in cui il numero di default aveva toccato il massimo dal 2009. L’anno scorso – secondo i calcoli – erano state 112 le società emittenti incapaci di onorare i propri impegni finanziari, una lista capitanata dalle aziende statunitensi, 66. Il settore più danneggiato, secondo l’analisi diffusa da Standard & Poor’s, è stato quello legato al gas e al petrolio, con 29 default (26% del totale), seguito dal settore minerario e siderurgico che ne ha contati 17 (15%), mentre seguono in terza posizione il settore bancario e quello dei prodotti di consumo con 13 insolvenze ciascuno.

Dopo gli Stati Uniti il maggior numero di default si sono verificati in Brasile e Russia, rispettivamente 8 e 7; mentre se si considerano aggregati i paesi emergenti, il numero sale a 25, seguiti dai 25 default europei e da 16 in altre economie sviluppate (Australia, Canada, Giappone e Nuova Zelanda).