Dalla Bce 125 miliardi all’Italia. Ma il bazooka salverà il paese?

23 Gennaio 2015, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – La parola magica, QE, è finalmente arrivata. Il presidente della Bce Mario Draghi ha anche sorpreso in qualche modo i mercati, lanciando un bazooka monetario più ampio rispetto alle indiscrezioni trapelate nei giorni precedenti, pari a 60 miliardi di euro al mese, da marzo 2015 fino al settembre del 2016. Lasciata tra l’altro la porta aperta a ulteriori immissioni di liquidità, nel caso in cui fosse necessario per raggiungere il target di inflazione.

Qualche delusione non è mancata, in tema di condivisione dei rischi (la Bce si accollerà solo il 20%). Ma non c’è alcun dubbio sul fatto che quello di ieri sia stato un annuncio di portata epocale.

Dalle parole, però, ai fatti. Cosa significa per i cittadini comuni il QE? In parole semplici, cosa ci guadagneranno gli italiani? E soprattutto, ci guadagneranno?

Partiamo dalla cifra. Il QE ha una valore superiore a 1 trilione di euro. Quanto andrà all’Italia? In base alla quantità di titoli di stato italiani che l’Eurotower acquisterà, la risposta dovrebbe essere all’incirca di 125 miliardi di euro; questi soldi dovrebbero in teoria provenire dai forzieri dell’Eurotower e di Bankitalia.

Ma come si arriva alla determinazione della cifra?

Sappiamo che la Bce acquisterà bond sovrani per 60 miliardi al mese, almeno fino al settembre del 2016, per un valore di 1.140 miliardi; e sappiamo che Bankitalia incide per il 17,5%. Con i calcoli si arriva alla determinazione della cifra di 125 miliardi circa. (la Bundesbank, per esempio, incide con una quota del 26%).

L’80%, come confermato ieri da Draghi, sarà acquistato direttamente da Bankitalia; il 20% dalla Bce. Finora la polemica rivolta al banchiere centrale – e in generale a tutti i banchieri centrali del mondo – è stata quella di inondare i mercati di liquidità, senza riuscire però a risollevare i fondamentali dell’economia. Aiuti alle banche, era la solita accusa.

E anche questa volta non mancano gli scettici, ma in teoria l’effetto dovrebbe essere comunque una riduzione del peso degli interessi del debito pubblico e un aiuto alla vita quotidiana delle famiglie e imprese italiane.
Come? I mutui e i prestiti dovrebbero diventare più convenienti. Sarà davvero così? Ergo: esiste davvero un nesso di causa effetto su lancio QE e calo di costi di finanziamento?

Non proprio, o almeno non secondo tutti. Non è chiaro infatti, avverteJack Ewing se, con il trascinare al ribasso i tassi sui bond governativi attraverso una misura di quantitative easing davvero si riesca a diminuire i costi di accesso al credito per le aziende di paesi come Italia o Spagna, dove l’assenza di credito è più acuta. Sono d’altronde anni che la Bce fa sforzi per indurre le banche a erogare il credito, e il credit crunch non è sicuramente un problema nato ieri.

Tuttavia, Roberto Anedda, Direttore Marketing di MutuiOnline.it scrive: “Lo scenario è quindi quanto mai favorevole per i mutui, con risparmi molto importanti sugli interessi passivi. A tal riguardo vale anche la pena notare che, grazie ai tassi così bassi, su un mutuo medio da 120-130.000 euro è possibile godere in pieno della detrazione Irpef del 19% sugli interessi passivi per i mutui prima casa, in quanto anche su un tasso fisso a trent’anni gli interessi totali annui rientrano nei 4.000 euro di limite stabilito per la detrazione”.

Altro effetto positivo per l’Italia è la svalutazione dell’euro: una manovra di politica monetaria espansiva di per sé si traduce in una minore appetibilità della valuta di riferimento, in quanto questa vale di meno. L’euro è già un po’ di tempo che scende, ed è arrivato a capitolare anche sotto la soglia di $1,14, fino a $1,1322, vicino al minimo dal settembre del 2003, fattore questo molto importante per le società esportatrici italiane.

Tutto quanto bene, dunque?

Paolo Guida, Vice Presidente di AIAF,Associazione Italiana degli Analisti e Consulenti Finanziari, nel suo commento sottolinea: “L’immissione di liquidità nel sistema non è in discussione e consentirà una riduzione dei tassi di rendimento nei mercati, un sostegno alle borse e una maggiore disponibilità di risorse per le banche, nella convinzione che queste ultime traducano tale disponibilità in migliori condizioni di finanziamento per famiglie e imprese. La BCE auspica che tale liquidità si traduca rapidamente anche in un aumento delle aspettative di inflazione, con l’obiettivo di ridurre i cosiddetti “tassi reali” (la differenza tra tassi d’interesse e inflazione) e in tal modo stimolare l’economia e indirettamente la dinamica dei prezzi. Senza contare l’effetto sul tasso di cambio, utile a guadagnare competitività di prezzo per le imprese dell’area dell’euro. La riduzione del premio al rischio, rappresentato nel caso dell’Italia dallo spread BTP-Bund, può essere determinato da un ingente immissione di liquidità ma è più direttamente dipendente dalla condivisione o meno dei rischi dell’acquisto”.

Guida fa notare che: “Da un punto di vista del rischio, che la Banca d’Italia acquisti titoli di Stato italiani rappresenta unicamente una “partita di giro” che non riduce la rischiosità complessiva dell’ingente debito italiano. Ne consegue che il meccanismo di trasmissione della politica monetaria, notoriamente distorto a causa della diversa rischiosità dei Paesi dell’area euro, non trae beneficio dalla decisione di oggi (ieri per chi legge), che invece appare diretta unicamente a immettere nel sistema quantitativi di liquidità utili a riportare l’inflazione verso l’obiettivo del 2%”.

Insomma: “l’adozione del criterio delle quote in BCE non favorisce certo l’Italia, ma appare il più coerente con l’impostazione tecnico-istituzionale del programma. Il potenziale di acquisto di titoli di Stato italiani è di circa 120 mld di euro, ma dipenderà dall’evoluzione dell’inflazione. I limiti rappresentati dal 33% del debito dell’emittente sono ben lontani dall’interessare l’Italia, così come il 25% delle specifiche emissioni. Emerge invece la volontà di adottare criteri specifici che sono probabilmente diretti a Paesi che non hanno rating Investment Grade (come Portogallo, Cipro e Grecia) o che vedranno l’operazione condizionata all’esito di importanti eventi istituzionali (elezioni e linea che terrà il nuovo Governo in Grecia)”. (Lna)