CSC Confindustria, materie prime più care e instabili (3)

25 Maggio 2010, di Redazione Wall Street Italia

(Teleborsa) – Per il rame, le posizioni non commerciali nette lunghe sono cresciute rapidamente da inizio 2009, toccando nuovi picchi a gennaio 2010, calando a febbraio, risalendo in aprile e scendendo fortemente a maggio; un andamento simmetrico e in sincronia con quello delle quotazioni. Lo rileva il Centro Studi Confindustria. Per apprezzare il ruolo da esse svolto nel determinare i prezzi occorre considerare anche le condizioni del mercato fisico, caratterizzato da offerta abbondante, domanda che sale più lentamente che in passato e scorte elevate. La forte ascesa dei prezzi del rame, prima della recente correzione, anticipava dunque una crescita della domanda che non si è pienamente realizzata. In ciò consiste, appunto, l’influenza cruciale della speculazione finanziaria, perfino più decisiva che nel caso del petrolio. Comunemente si ritiene che la speculazione dia spessore al mercato e, quindi, renda più stabili i prezzi. L’analisi della volatilità suggerisce, invece, che questa sale in coincidenza con l’aumento delle posizioni non commerciali lunghe nette e quindi con la maggiore presenza degli investimenti di natura finanziaria. Questi ultimi accentuano le dinamiche e le oscillazioni dei favoriscono il formarsi e il successivo sgonfiarsi di bolle speculative. Tali condizioni sono bassi tassi e aspettative sull’andamento dei corsi che si auto-avverano. In questo caso gli speculatori si muovono lungo la tendenza, assumendo comportamenti a gregge (cioè nella stessa direzione, al rialzo o al ribasso) che la rafforzano. Verosimilmente, la speculazione è stabilizzatrice quando è alimentata da operatori con aspettative contrastanti e che, aumentando i volumi scambiati, rendono minore l’impatto sui prezzi di una data variazione nella domanda o nell’offerta. Questo non accade, invece, nelle attuali condizioni di mercato, dove le attese sono univoche e gli investimenti di portafoglio nelle materie prime sono incoraggiati dalla ricerca di rendimenti più alti a fronte di tassi a breve bassi. Nell’attrarre capitali verso le commodity agisce anche la ricerca di beni reali che costituiscano un rifugio dal rischio inflazione. Il quale, pur in presenza di probabilità molto basse di concretizzarsi, è percepito come elevato per l’abbondanza di liquidità iniettata dalle banche centrali per arginare la crisi. Nel rintracciare le cause della volatilità e del livello alti del prezzo del greggio non va dimenticato che una spinta importante nell’una o nell’altra direzione viene anche dal cambio del dollaro, che negli ultimi tre anni conosce ampie oscillazioni. La quotazione in dollari del petrolio rincara quando la divisa USA si indebolisce (e viceversa). L’entrata di capitali finanziari nei mercati delle materie prime non è limitata al petrolio e al rame, ma si estende alle altre fonti energetiche e ad altri metalli non ferrosi. Con l’obiettivo di frenare l’attività speculativa e il suo effetto sui prezzi delle materie prime, negli USA si stanno studiando nuovi più efficaci limiti a operare sui mercati Nymex e Chicago Board of Trade. Per le materie prime energetiche la Commodity Futures Trading Commission (CFTC) ha proposto a inizio 2010 l’imposizione di un tetto massimo al numero di contratti future su greggio e gas naturale detenibili da un unico investitore non commerciale. L’impressione, però, è che inizialmente i limiti siano fissati alti così da non impattare in modo significativo sull’attività dei trader non commerciali