Corruzione, scoppia caso Punta Catalina: coinvolta anche l’Italia

3 Ottobre 2017, di Alessandra Caparello

E’ stata ribattezzata Lava Jato e passerà alla storia come una delle più grandi inchieste sulla corruzione mondiale. Siamo a Santo Domingo nella Repubblica Dominicana e tutta la vicenda ruota attorno alla costruzione di una centrale a carbone Punta Catalina simbolo divenuta ben presto il simbolo delle lotta alla corruziona e all’impunità.

Come racconta L’Espresso, la creazione della supercentrale è stata fortemente voluta dal governo che aveva affidato l’opera alla multinazionale brasiliana del settore delle costruzioni Odebrecht, già accusata di corruzione in 12 paesi. Nel corso di un processo avviato dagli Usa, la Odebrecht ha patteggiato una sanzione da 3 miliardi e mezzo di dollari dopo aver ammesso il pagamento di tangenti per 788 milioni tra cui anche per l’appalto della mega centrale a carbone di Punta Catalina anche se nell’accordo la centrale è rimasta eclusa.

Da qui l’indignazione e la rabbia dei cittadini che si sono riversati nelle strade di Santo Domingo per manifestare con magliette, cappelli e bandiere tutti rigorosamente di colore verde tanto che hanno dato vita ad un movimento contro la corruzione chiamata Marcha Verde. Nello scandalo di Punta Catalina troviamo però coinvolta in un certo senso anche l’Italia.

Per realizzare la mega centrale a carbone la Odebrectht ha costituito un consorzio con la locale Estrella e l’italiana Marie Tecnimont e anche cinque banche europee, Deutsche bank, UING, SocGen, Santander e l’italiana Unicredit. Tutte hanno deciso di fornire un prestito da 600 milioni di dollari al colosso brasiliano. Oltre ad una banca, italiana è anche l’agenzia di credito che doveva garantire tutta l’operazione, la Sace. Le banche hanno elargito solo una prima tranche del denaro congelando la seconda in attesa di conoscere dall’autorità giudiziaria se davvero vi è o meno corruzione in tutta la vicenda. E se le banche non pagheranno la seconda tranche i guai si mettono ancora più seri per i cittadini.

“Sulla carta, qualora le banche dovessero fare un passo indietro, la restante somma sarebbe versata dalla Sace, che poi si rivarrebbe sul governo dominicano, il quale già si è trovato a dover far fronte al mancato contributo della BNDES, la banca di sviluppo brasiliana anch’essa immischiata nello scandalo Lava Jato (..) non è da escludere che dalle casse dello Stato debba uscire altro denaro pubblico (…) “ Il calcolo dei costi è stato fatto in maniera inadeguata, c’è il serio rischio che si possa arrivare a 3 miliardi di dollari. Un conto salato per i cittadini, che già stanno pagando bollette più alte del 30 per cento per finanziare Punta Catalina, ci ha spiegato Antonio Almonte, esperto di questioni energetiche ed esponente del Partido Revolucionario Moderno, da sempre convinto che, sebbene il carbone rappresenti la scelta giusta per il mix energetico dominicano, Punta Catalina sia un progetto inadeguato”.