Coronavirus, l’impresa italiana dietro ai tamponi spediti in tutto il mondo

3 Marzo 2020, di Alberto Battaglia

L’Italia non ospita solo il più grosso focolaio di coronavirus al di fuori del continente asiatico, è anche il Paese nel quale si producono gran parte dei tamponi per le analisi microbiologiche che consentono di rivelare la presenza del virus nell’organismo.

A fabbricarli è una società bresciana, la Copan, che è capace di produrre 1,2 milioni di kit tampone ogni settimana – un ritmo che con l’epidemia è aumentato dal precedente output di 900mila kit. Le esportazioni dell’azienda hanno una portata globale: Europa e America sono i due mercati di riferimento, anche se, con l’ascesa del coronavirus in Cina, le consegne di tamponi nel Paese del Dragone sono aumentate del 70%.
Complessivamente, l’azienda esporta il 90% della sua produzione all’estero.

Multinazionale a conduzione famigliare

Copan, a dispetto della sua forma a conduzione famigliare, è un’impresa che vanta siti produttivi anche fuori dai confini italiani: l’azienda produce negli Usa (California e Puerto Rico), in Cina (Shanghai) e Giappone (Kobe).

Alla base di questa crescita c’è stato, soprattutto, un brevetto registrato nel 2004, che ha garantito alla Copan una posizione di primo piano nell’ambito dei dispositivi di prelievo. Un tampone in nylon floccato: fu questa la scoperta del fondatore, un sistema di prelievo che si è rivelato assai più efficace delle alternative precedenti nell’assorbire i liquidi. Forti di questa nuova tecnologia, Copan iniziò a collaborare con gli Stati Uniti nel 2009, quando la febbre suina (virus H1N1) fece la sua comparsa in Cina.

Nel 2018 Copan ha registrato 146 milioni di ricavi (in crescita oltre dell’19% rispetto all’anno precedente).