C’erano una volta le banche italiane

26 Aprile 2012, di Redazione Wall Street Italia

Roma – In una terra chiamata Italia, dove i cittadini risparmiavano e i debitori volevano indebitarsi, prendendo in prestito soldi dai risparmiatori, c’erano delle banche. All’apparenza solide.

Le banche accettavano i risparmi dei cittadini e con essi davano in prestito soldi ai debitori. Il sistema non faceva una piega. Finche’ il differenziale sui tassi di interesse pagati ai risparmiatori era inferiore a quello pagato dai debitori, tutto procedeva bene nella pacifica penisola italiana.

Ma alle banche in realta’ non interessava altro che prestare denaro e ancora denaroo, per fare sempre piu’ soldi. Amavano cosi’ tanto questa pratica, che i prestiti assunsero dimensioni troppo grandi rispetto ai depositi.

Ciononostante, le banche non si preoccuparono troppo, perche’ potevano comunque fare affidamento sui mercati del reddito fisso ai quali avevano accesso facilmente e con i quali potevano colmare il gap di finanziamenti. Finche’ non venne il giorno in cui gli investitori dissero: “Non ci piacciono piu’ i vostri bond. Puzzano e non sono sicuri come credevamo!”

Le banche si spaventarono, anche perche’ i soldi che i risparmiatori affidavano loro stavano diminuendo con eccessiva rapidita’. E i risparmiatori chiedevano tassi di interesse piu’ alti, dal momento che i loro depositi venivano trattenuti piu’ a lungo.
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Erano tempi difficili. Dove potevano le banche reperire i soldi di cui avevano bisogno per finanziare il debito in scadenza e prestare a loro volta soldi ai debitori?

Quando tutto sembrava perduto un Cavaliere italiano intervenne in sella al suo cavallo bianco, offrendo liquidita’ a basso costo. Le banche vennero cosi’ salvate dal Cavaliere della Bce Mario Draghi, che garanti’ denaro a tassi vantaggiosi alle banche sparse per tutto il territorio. Il popolo e i banchieri erano pieni di gioia.

Finche’ un giorno si risvegliarono, intorno a meta’ marzo, accorgendosi che tutto non era poi cosi’ bello come speravano. Dopo tutto le banche avevano offerto denaro in prestito in quantita’ esorbitanti e i loro salvatori li stavano abbandonando. I nuovi bond emessi quell’anno furono molto limitati. Il gap di fondi in realta’ non era mai stato coperto.

E una minaccia oscura incombeva al di la’ delle Alpi. Gli gnomi di Basilea avevano emesso un decreto che avrebbe costretto le banche a serrare le cinqhia e alzare i livelli di capitale, rispettando le regole severe imposte loro dal Comitato di Basilea III.

Nel frattempo, le banche hanno accettato parte del denaro garantito dal Cavaliere italiano della Bce e l’hanno a loro volta dato in prestito al loro Reggente. Le banche del Regno di Spagna intanto facevano lo stesso, ma altri no. O almeno non in queste proporzioni. La Banca d’Italia l’ha iniziato a fare sin dal 2009, come mostrano i dati sui bond detenuti in portafoglio dagli istituti italiani (37 miliardi di euro nel 2009, 45 miliardi nel 2012).

Molti incominciarano ad aver paura di dover arrivare a rimpiangere un giorno una scelta di investimento simile. Se solo avessero investito in oro (quasi +67% nello stesso arco di tempo) o in mele (+320%). Ma cosi’ non fu.

Tutto e’ bene quel che finisce bene? Non proprio. Secondo Barclays, e’ meglio stare alla larga dai titoli bancari italiani: “Siamo convinti che le banche italiane rimangono troppo influenzate dalle questioni del debito sovrano europea e hanno problemi di finanziamento. I prezzi di mercato sono bassi (0,5 volte il book value tangibile per Intesa Sanpaolo, 0,4 volte per Unicredit), ma le azioni bancarie di altri paesi offrono un rapporto tra rischio e ritorno dell’investimento piu’ vantaggioso per gli operatori di borsa.