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La corsa globale all’Intelligenza artificiale, che negli ultimi anni ha spinto le capitalizzazioni di Borsa e alimentato piani di investimento da migliaia di miliardi di dollari, rischia di trasformarsi in un boomerang. A sostenerlo è Michael Burry, l’investitore passato alla storia per aver anticipato il crollo dei mutui subprime e immortalato nel libro e nel film The Big Short. In un recente scambio di opinioni su Substack con Jack Clark, cofondatore di Anthropic, e il podcaster Dwarkesh Patel, Burry ha messo nero su bianco uno scenario poco rassicurante: il boom dell’AI, a suo giudizio, è destinato a “finire male”.
La tesi di fondo è che il mercato stia sopravvalutando l’impatto economico dell’Intelligenza artificiale, mentre sottovaluta i costi e le distorsioni generate da una competizione senza freni sugli investimenti. Il rischio, secondo Burry, non è tanto tecnologico quanto industriale e finanziario: una gigantesca corsa agli armamenti che non produrrà vantaggi competitivi duraturi.
La scala mobile che non porta da nessuna parte
Per spiegare il suo punto di vista, Burry ricorre a una storia raccontata più volte da Warren Buffett e riportata anche nella biografia The Snowball. Negli anni Sessanta, Buffett si trovò a controllare un grande magazzino di Baltimora, Hochschild-Kohn. Quando il concorrente dall’altra parte della strada installò una costosa scala mobile, il suo negozio fu costretto a fare lo stesso. Risultato: nessun aumento dei margini, nessun vantaggio competitivo. Solo costi più alti per tutti.
È esattamente ciò che, secondo Burry, sta accadendo oggi nel settore tecnologico. I cosiddetti hyperscaler – da Microsoft ad Alphabet – stanno investendo somme enormi in microchip e data center per alimentare modelli di AI sempre più potenti. Ma quei modelli, avverte, sono destinati a diventare rapidamente una commodity. Quando tutti offrono più o meno le stesse funzionalità, nessuno riesce a estrarre valore extra.
La conseguenza è una montagna di capitale immobilizzato in infrastrutture che invecchiano in fretta, senza una chiara traiettoria di utilizzo nell’economia reale. “Trilioni di dollari di spesa senza un percorso evidente verso i ricavi”, scrive Burry, ricordando come nelle precedenti ondate di investimenti tecnologici l’entusiasmo iniziale abbia spesso lasciato spazio a lunghi periodi di delusione.
Dopo l’euforia, il conto
Secondo l’investitore, il mercato azionario avrebbe già superato il punto in cui nuovi investimenti vengono premiati. Ora si starebbe entrando nella fase in cui emergono i costi reali e la mancanza di flussi di cassa adeguati. Da qui la previsione di una fase prolungata di difficoltà per il settore, con effetti anche sull’occupazione tecnologica, destinata a crescere poco o addirittura a ridursi.
Nel mirino finiscono anche i titoli simbolo dell’AI. Nvidia e Palantir vengono definite da Burry “poster children” del fenomeno: aziende che hanno beneficiato di una combinazione di tempismo e fortuna, trovandosi con prodotti già adatti alla nuova domanda. Ma il vantaggio, avverte, potrebbe essere temporaneo. Nvidia sarebbe una soluzione potente ma inefficiente dal punto di vista energetico, destinata a essere superata da architetture radicalmente diverse. Palantir, invece, vivrebbe più di narrazione che di fondamentali solidi.
Le sorprese del ciclo AI
Non manca, nelle riflessioni di Burry, una nota di stupore per come il ciclo dell’Intelligenza artificiale si sia sviluppato. Colpisce in particolare il fatto che Google, pur disponendo di risorse e competenze enormi, abbia perso il ruolo di leader lasciando spazio a startup molto più piccole. Sorprende anche che il lancio di un chatbot come ChatGPT abbia innescato una corsa infrastrutturale globale, come se un prototipo avesse convinto il mondo intero a investire immediatamente in un futuro ancora incerto.
“È come se qualcuno avesse costruito un prototipo di robot e ogni azienda del mondo avesse iniziato a investire per un futuro fatto di robot”, osserva, sottolineando come un singolo prodotto abbia innescato una corsa infrastrutturale globale.
Sul fronte dell’economia reale, Burry invita a non dare nulla per scontato. Nemmeno i lavori manuali sarebbero davvero al riparo dall’AI. Se una chiamata a un idraulico costa centinaia di dollari, molti potrebbero preferire affidarsi a un assistente virtuale per tentare una riparazione fai-da-te.
“Se sono middle class e mi trovo davanti a una chiamata da 800 dollari per un idraulico o un elettricista, potrei semplicemente usare Claude”, scrive.
Ma lo stesso meccanismo, applicato a professioni ad alta specializzazione, rischia di “rendere le persone più stupide”, medici compresi, se l’affidamento agli algoritmi sostituisce la conoscenza.