Brexit: ripartono i negoziati, divisioni su cittadini e “conto”

28 Agosto 2017, di Mariangela Tessa

Dopo quasi un mese di pausa estiva, parte oggi a Bruxelles il terzo round di negoziati sulla Brexit tra il capo-negoziatore Ue, Michel Barnier, e la sua controparte britannica, David Davis, anche se bisognerà attendere il mese di settembre per vedere la macchina comunitaria funzionare nuovamente a pieno regime.

Sul tavolo, i dossier prioritari sono il futuro dei cittadini comunitari nel Regno Unito, il “conto” del divorzio, e il futuro della frontiera tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord.

Il clima sui negoziati non è improntato all’ottimismo, anzi: alcuni non escludono una rottura tra Barnier e Davis, in particolare sul conto che il Regno Unito deve pagare prima di uscire per onorare i suoi obblighi finanziari.

Quello che è stato ribadito da fonti Ue è che “non c’è nessuna scadenza a ottobre”. Ciò vuol dire che non ci sarà nessun passaggio alla seconda fase del negoziato, ovvero all’accordo commerciale futuro su cui spinge Londra, se prima non si sciolgono i nodi. In particolare, tra Bruxelles e Londra restano distanti le posizioni sui diritti dei cittadini così come quelle sul ‘conto” da pagare.

A questo proposito nei giorni scorsi il ministro degli Esteri britannico, Boris Johnson, ha ammesso che Londra dovrà sborsare qualcosa:

“Certamente dovremo adempiere ai nostri obblighi — ha detto — . Non dico che accetto l’interpretazione che il caponegoziatore europeo per la Brexit, Michel Barnier, dà di quali siano i nostri obblighi. Ma certamente dico che dobbiamo adempiere ai nostri obblighi giuridici per come li intendiamo noi, e questo è quello che c’è da aspettarsi che il governo britannico farà”.

Cresce intanto sulla premier britannica Theresa May la pressione da parte di Conservatori, dopo che i Laburisti hanno sostenuto la necessità di mantenere la Gran Bretagna nel mercato unico dell’UE, almeno durante un periodo transitorio.

Una posizione che, secondo quanto riporta il Financial Times, incoraggerà i conservatori pro-europei a spingere il primo ministro britannico verso un Brexit più morbida.