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Fin quando durerà il rally della Borsa Usa? Difficile rispondere. C’è tuttavia un indicatore che Warren Buffett, noto finanziere Usa, ha spesso indicato come la sua bussola per leggere il mercato azionario nel suo insieme: il rapporto tra la capitalizzazione della Borsa americana e il Pil degli Stati Uniti. La tesi dell’Oracolo di Omaha è semplice: nel lungo periodo il valore complessivo delle azioni non può crescere più velocemente dell’economia reale, misurata dal PIL. È su questa relazione che si basa il “Buffett Indicator”, ovvero il rapporto tra capitalizzazione di mercato e prodotto interno lordo.
Fu Buffett stesso a introdurre questo strumento agli investitori. In un articolo storico pubblicato su Fortune il 10 dicembre 2001, il fondatore della Berkshire Hathaway mostrò come al picco della bolla tecnologica, nel marzo 2000, quel rapporto avesse raggiunto il 200%. Le sue parole furono chiare: se il rapporto scende al 70-80%, comprare azioni conviene; se si avvicina al 200%, si sta giocando con il fuoco. E ora dove si trova il mercato azionario americano? Se ne parla in un articolo di Fortune.
Il presente: siamo già oltre il limite
Venticinque anni dopo quell’avvertimento, la situazione è peggiore, si legge nell’articolo. Con l’indice S&P 500 risalito a quasi 7.165 punti dopo il ribasso provocato dallo scoppio della guerra con l’Iran, il Buffett Indicator si attesta oggi al 227%, circa un sesto al di sopra di quella soglia che lui stesso aveva definito di pericolo.
In questo scenario, sono due le opinioni che prevalgono tra gli esperto. Chi difende le attuali quotazioni sostiene che la crescita degli utili aziendali giustifichi valutazioni così elevate. I profitti aziendali rappresentano oggi il 12% del PIL, contro una media storica del 7-8%. I tori sostengono che questo livello sia sostenibile e che gli utili per azione possano continuare a crescere a doppia cifra mentre il reddito nazionale avanza a un tasso nominale del 5% circa.
Non tutti sono d’accordo: come fanno notare alcuni osservatori, in un’economia altamente competitiva, i margini elevati attirano concorrenti che abbassano i prezzi ed espandono i volumi per sottrarre quote di mercato agli incumbent più redditizi. Risultato finale: la crescita straordinaria degli utili, di norma, non rimane tale a lungo.
Il secondo problema riguarda la valutazione relativa agli utili stessi. Il rapporto prezzo/utili dell’S&P 500, basato sulle previsioni di utile netto GAAP per il primo trimestre, supera quota 28, circa i due terzi in più rispetto alla media centenaria di circa 17. Se entrambi i fattori, margini e multipli, convergessero verso la normalità storica, l’impatto sull’indice sarebbe pesantissimo.
I precedenti storici: correzioni anche profonde
La storia offre due casi di riferimento. Quando il Buffett Indicator raggiunse il 200% durante la bolla delle dotcom, l’S&P 500 perse circa la metà del suo valore nel crollo successivo. Nel novembre 2021, l’indicatore aveva appena superato quella stessa soglia del 200%, e l’indice scese del 19%. Non esiste una regola fissa, ma emergono delle indicazioni: i livelli estremi del Buffett Indicator sono spesso seguiti da fasi di ribasso, talvolta significative.
Quando arriverà il prossimo crollo?
È la domanda che tutti si pongono, ed è anche quella a cui il Buffett Indicator non risponde. La tesi di Buffett non prevede quando il mercato tornerà in equilibrio, solo che lo farà inevitabilmente. Nel suo articolo originale su Fortune, Buffett avvertì che chi si aspettava ulteriori rialzi quando l’indicatore era già sui massimi storici stava scommettendo che “la linea dovesse andare dritta fuori dal grafico”, ovvero stava puntando su una sospensione della legge di gravità economica. Oggi i tori sono di nuovo in sella, e prevedono che il Buffett Indicator continui a salire. Ma la matematica di Buffett non dice quando il pendolo tornerà indietro, solo che tornerà.