Boris Johnson prima e dopo: dall’immunità di gregge al “restate a casa”

30 Marzo 2020, di Alberto Battaglia

Era il 12 marzo quando il primo ministro britannico, Boris Johnson, annunciava la strategia di contenimento “soft” contro il coronavirus. Le scuole sarebbero rimaste aperte, nessun appello a restare a casa: solo buone pratiche come l’invito a lavarsi spesso le mani e poco altro di concreto, sdoganando l’ipotesi della cosiddetta immunità di gregge.
Un ipotesi molto criticata dagli esperti in tutto il mondo e in particolare in Italia dal virologo Roberto Burioni.

Poco più di due settimane dopo Boris Johnson, ormai positivo al virus, ha completato la sua virata verso misure più restrittive indirizzando alle famiglie britanniche una lettera nella quale vengono preannunciate nuove difficoltà. E un appello perentorio “dovete restare a casa”.

“Fin dall’inizio abbiamo cercato di implementare le misure giuste al momento giusto”, ha scritto Johnson nella missiva che sarà recapitata per posta in tutte le case entro una settimana, “non esiteremo ad andare oltre, se ce lo suggeriranno il parere di medici e scienziati. E’ importante per me essere esplicito: sappiamo che le cose peggioreranno prima di migliorare. Ma ci stiamo preparando nel modo giusto, e più seguiremo tutti le regole, meno vite andranno perdute e prima la vita potrà tornare alla normalità.
Per questo, nel momento dell’emergenza nazionale, vi rivolgo questo invito: restate a casa. Proteggete il nostro sistema sanitario e salvate vite
“.

Johnson ha poi rassicurato i cittadini sul fatto che il governo farà tutto il necessario (ancora un “whatever it takes”) per far tornare i conti delle famiglie e permettere loro di “mettere il mangiare sulla tavola”.

 

Il confronto con il discorso che “teorizzò” l’immunità di gregge

 

“Molte più famiglie perderanno i loro cari prima del tempo” aveva annunciato nella sua conferenza stampa del 12 marzo, nel quale veniva data per inevitabile una futura diffusione del virus.

Non stiamo chiudendo le scuole. Il parere scientifico è che ciò potrebbe fare più male che bene in questo momento. Ma ovviamente lo stiamo tenendo la situazione sotto controllo e questa decisione potrebbe cambiare di nuovo man mano che la malattia si diffonde”, aveva annunciato Johnson.

“Ad un certo punto nelle prossime settimane, è probabile che andremo oltre e se qualcuno in una famiglia presenta questi sintomi [da Covid-19], chiederemo a tutti i membri della famiglia di rimanere a casa”, aveva detto Johnson, affermando che per il momento tale obbligo di auto-isolamento non era ancora stato ritenuto necessario.

“Stiamo prendendo in considerazione la possibilità di vietare i principali eventi pubblici come quelli sportivi”, aveva aggiunto Johnson, precisando che per il momento avrebbero potuto proseguire in quanto “il consiglio scientifico” riteneva “che vietare tali eventi” avrebbe avuto “un effetto limitato sulla diffusione”.

Nel momento in cui Johnson assumeva queste decisioni nel Regno Unito erano già stati stimati dai 5 ai 10mila contagi. Oggi, 30 marzo, sono arrivati a quota 19.821. Secondo le stime aggiornate dell’Ocse il Regno Unito crescerà dello 0,8% nel 2020, due decimali in meno rispetto alla previsione di novembre e 0,6 punti percentuali in meno rispetto al 2019.