Bitcoin, e se fosse tutta una montatura?

29 Novembre 2013, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – In un momento in cui ci si chiede se la vera rivelazione di quest’anno, la moneta digitale Bitcoin, verrà utilizzata negli Stati Uniti nelle transazioni di tutti i giorni, ci sono alcuni fatti che è necessario tenere in considerazione, e di cui Wall Street Italia ha parlato negli ultimi giorni.

Intanto, a cento ricconi e speculatori fa capo un totale di 2 milioni e 23 mila monete, il 20% circa delle 11 milioni e 12 mila a disposizione, per un valore complessivo di $110 milioni: e questo di per sé è già un segnale di scarsa affidabilità.

Inoltre, quella che viene spesso considerata come la moneta del futuro mostra andamenti a dir poco supervolatile, con scostamenti assurdi, da vero e proprio prodotto speculativo, e perdite fino a -25% in due ore.

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Insomma, vale la pena chiedersi se questa moneta non sia l’ennesimo bluff che costerà caro, come al solito, non a chi muove grandi masse di denaro sui mercati, ma a quelli che hanno sempre meno voce in capitolo, ovvero i piccoli investitori.
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A tal proposito, un articolo del Financial Times ricorda la storia, forse già archiviata da molti, dell’e-gold, ovvero dell’oro elettronico, che si tradusse nell’apertura di depositi per un valore superiore ai $60 milioni, garantiti dalla presenza di quasi 4 tonnellate di ore, con transazioni per milioni di dollari al giorno. Fino a quando, tutto finì.

Il suo fondatore Douglas Jackson aveva sperato che la sua moneta elettronica garantita da oro fisico avrebbe sostituito le altre valute. Il risultato, invece, fu che l’e-gold divenne uno strumento utilissimo soprattutto per hacker e trafficanti di droga.

Tanto che alla fine Jackson, dopo una perquisizione dei servizi segreti e dell’Fbi nei suoi uffici, finì anche agli arresti domiciliari, ammettendo di aver gestito un business senza licenza e contribuendo anche a operazioni di riciclaggio di denaro sporco.

Una brutta storia, che potrebbe essere destinata a ripetersi. Tanto che il Tesoro americano ha già avvertito da marzo che chi si occupa del business del Bitcoin deve rispettare le leggi KYC (know your customer, ovvero conosci il tuo cliente), che richiedono severi controlli di identità, monitoraggi di conti e denunce di qualsiasi attività che possano presentarsi sospette.

La richiesta è anche quella di registrarsi come emittenti di moneta nella maggior parte dei 50 stati americani. La difficoltà a centrare tali richieste si è già tradotta nella chiusura di attività di diversi broker e mercati di scambio di Bitcoin; tra i nomi, quelli di Tradehill e Bitinstant.

“Sembra che molte società di moneta digitale abbiano sottovalutato gli obblighi richiesti dalle autorità di regolamentazione, i rischi di riciclaggio di denaro sporco presenti nei loro modelli di business e le preoccupazioni delle autorità riguardo a tali rischi”, ha scritto di recente Adam Shapiro, consulente presso Promontory.