Biotech, le molecole anti tumore da un miliardo di dollari?

27 Giugno 2017, di Redazione Wall Street Italia

Tutti sanno che l’organismo utilizza il sistema immunitario per proteggersi da varie infezioni… Ma sapevate che lo stesso sistema immunitario, in grado di stroncare il peggiore dei raffreddori invernali, può essere utilizzato anche per curare il cancro? Questa è la logica alla base dei cosiddetti farmaci immuno-oncologici, come il Keytruda prodotto da Merck and Co Inc e l’Opdivo di Bristol-Myers Squibb Co. Questi farmaci, che hanno già registrato vendite da record, hanno fondamentalmente modificato il nostro modo di trattare il cancro.

A differenza delle chemioterapie tradizionali, che producono in genere un effetto tossico sulle cellule e sono associate a notevoli effetti collaterali, i farmaci immuno-oncologici attaccano indirettamente le cellule tumorali, stimolando i linfociti T citotossici, un tipo di cellula immunitaria che può in particolare riconoscere e uccidere le cellule anomale. Tuttavia, anche se gli effetti terapeutici di tali farmaci sono in genere più duraturi rispetto ad altre terapie oncologiche e possono durare vari anni, una proporzione significativa di pazienti non reagisce ancora purtroppo, per varie ragioni, al trattamento.

Una delle sospette cause di tale resistenza all’immunoterapia ha un’origine abbastanza sorprendente: il metabolismo degli amminoacidi. Il metabolismo anomalo delle cellule cancerogene fu evidenziato in realtà quasi un secolo fa, nel 1929, dal medico e fisiologo tedesco Otto Heinrich Warburg, cui più tardi fu assegnato il premio Nobel proprio per tali studi. Ma i più recenti progressi nella comprensione del ruolo del metabolismo e dei suoi effetti sul sistema immunitario hanno condotto alla scoperta che, in presenza di un tumore, la riduzione del livello di un amminoacido, il triptofano, può provocare l’attivazione di linfociti T regolatori, un tipo di cellule immunitarie che inibiscono il funzionamento dei linfociti T citotossici.

I ricercatori hanno quindi ipotizzato che l’inibizione di un enzima chiamato IDO, che interviene nella degradazione del triptofano nelle aree in prossimità del cancro, potesse contribuire a migliorare i tassi di risposta all’immunoterapia. Di conseguenza, i medici e gli investitori di tutto il mondo hanno atteso con impazienza i risultati dei trial clinici sul più avanzato inibitore di IDO attualmente in sviluppo, l’epacadostat (scoperto dall’azienda di biotecnologia statunitense Incyte Corp). E i risultati presentati al convegno annuale dell’American Society of Clinical Oncology, agli inizi del mese, non sono stati deludenti. Sperimentato su varie forme tumorali, fra cui determinati tipi di cancro polmonare e della pelle, l’epacadostat si è dimostrato in grado di migliorare i tassi di risposta clinica al trattamento, rispetto a risultati storici ottenuti con Keytruda e Opdivo.

E questi dati riservano certamente ulteriori margini di miglioramento. Basandosi sull’osservazione che l’attività dei linfociti T può essere ridotta anche dalla privazione di arginina (un amminoacido polare) nei tumori, Incyte sta attualmente conducendo i primi test clinici per valutare se anche l’inibizione dell’arginasi (un enzima responsabile della catalisi dell’arginina) possa migliorare i risultati dell’immunoterapia. Sono inoltre previsti altri test sull’uso combinato degli inibitori dell’IDO e dell’arginasi.

Considerati gli eccezionali risultati riscontrati per l’epacadostat, siamo profondamente convinti che questo farmaco diventerà in futuro un immenso successo. Continuiamo quindi ad attendere con impazienza i risultati dei trial clinici condotti sulle molecole che modulano i processi metabolici per migliorare le risposte cliniche alla immunoterapia: ognuno di essi offre infatti nuove speranze ai pazienti oncologici e riserva opportunità di estremo interesse per gli investitori.