Biocarburanti, l’Italia è il fanalino di coda

2 Ottobre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Lo fanno gli Stati Uniti, lo fa il Giappone, lo fanno la Francia e la Germania. L’Italia invece è ancora “terribilmente indietro” e sui biocarburanti è il classico “fanalino di coda” che ha davanti a sé ancora “molta strada da percorrere”. Ne è convinto Leonardo Vingiani, direttore di Assobiotec, l’Associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie costituita nel 1986 nell’ambito di Federchimica e che rappresenta le imprese e i parchi tecnologici e scientifici del settore che operano in Italia. Basterebbe, sostiene Vingiani, dare uno sguardo alla situazione degli Stati Uniti, “un Paese che disponeva già di notevoli risorse energetiche di tipo tradizionale e che si era già mosso abbondantemente in direzione dell’energia nucleare”, che ha ritenuto fondamentale abbracciare anche i biocarburanti come fonte energetica alternativa da affiancare alla prime due. Senza contare il Giappone, che ha manifestato l’intenzione di arrivare entro il 2015 al 20 per cento di energia prodotta da fonti biologiche alternative. Peraltro, anche l’Unione europea, fa rilevare Vingiani, “si è dato un target del dieci per cento da raggiungere entro il 2010”. Un obiettivo dal quale il nostro Paese, che si ferma ad appena lo 0,3 per cento di produzione energetica da biocarburanti, è incredibilmente lontano e ha infatti già ricevuto qualche “richiamo all’ordine” da parte di Bruxelles.
Proprio pochi giorni fa, inoltre, anche il responsabile Area ambiente e strutture di Confagricoltura, Filippo Trafiletti, si pronuncia sul futuro dei biocarburanti nel nostro Paese, ribadendo il proprio pessimismo e sottolineando la nostra progressiva distanza da Francia e Germania (i due maggiori produttori europei), decisamente molto più avanti nel settore. Eppure, come sottolinea Vingiani, non sono le potenzialità a mancarci e, “pur non disponendo delle praterie americane o delle distese francesi o tedesche, rimaniamo su certe produzioni tra i leader in Europa”. Cos’è che allora si potrebbe fare? Si tratta, spiega Vingiani, di “coniugare una visione strategica che guardi non al breve ma al medio termine con una capacità di vedere nella tecnologia un formidabile alleato per risolvere i problemi”. Quindi, innanzitutto bisognerebbe liberarsi di certi pregiudizi nei confronti delle bioconversioni perché, spiega il direttore di Assobiotec, sono quelle che possono consentire di “massimizzare l’output energetico”, intervenendo in maniera mirata sulle produzioni agricole. In questo modo, sarebbe possibile “individuare le qualità migliori e crearne di specifiche attraverso appunto le tecnologie ricombinanti”. E dato che l’Italia è uno di quei pochi Paesi che produce la stragrande maggioranza della propria energia da fonti non rinnovabili come petrolio, gas e carbone, guardare senza preconcetti al potenziale che la tecnologia può mettere a disposizione significherebbe “incamminarsi per una strada della quale noi avremmo molto più bisogno di tanti altri Paesi”. È ovvio poi che il fatto di non essere in grado di soddisfare tutto il nostro fabbisogno significa esporre il paese all’esigenza di importare, spesso da chi “ha fatto scelte energetiche come il nucleare che noi forse troppo precocemente ci siamo preclusi”. Per l’Italia, secondo Vingiani, tutto questo sarebbe possibile “sia in termini di ricerca che di fattibilità” e invero le molteplici “campagne demonizzanti sugli Ogm” altro non sono state che “un formidabile strumento di marketing di alcuni grandi gruppi della distribuzione e di organizzazioni varie a beneficio di interessi che per quanto legittimi non erano certo quelli del consumatore o del cittadino”. E se pure possono essere plausibili le polemiche quando si parla di Ogm in ambito alimentare, non è “legittimo né augurabile, aggiunge Vingiani, attendersi questo tipo di polemiche quando si tratta di energia”: l’atteggiamento che dovrebbe adottare il Paese dovrebbe essere sotto questo punto di vista “ancora più laico rispetto a quello che è pure mancato in fatto di alimentazione”. Peraltro è un fatto che gli italiani stiano dimostrando una maggiore fiducia nei confronti del biotech: in base agli ultimi dati statistici rilevati dall’Eurobarometro, infatti, solo il 30 per cento degli italiani si dichiara contrario all’acquisto di cibi geneticamente modificati, mentre il 54 per cento è apertamente a favorevole. Un dato in netta controtendenza rispetto al 40 per cento registrato nel 2002
Come ha commentato Patrick Trancu, coordinatore del Cedab (Centro documentazione agrobiotecnologie, nato con l’obiettivo di promuovere e diffondere l’informazione scientifica ed economica relativa all’impiego delle biotecnologie in agricoltura), “i dati dell’Eurobarometro, spesso citati negli ultimi anni da quanti si oppongono all’introduzione delle agrobiotecnologie in Italia, confermano che gli italiani hanno smascherato la campagna anti-Ogm e che il livello di accettazione della tecnologia e dei prodotti da essa derivati sta rapidamente crescendo. Non deve quindi sorprendere che i dati siano passati sotto silenzio”. L’auspicio espresso dal direttore di Assobiotec è appunto che “quelle forze che hanno costruito politiche di brand sul prodotto che non c’è, in questo caso sull’anti-Ogm, non intervengano e sia l’interesse strategico a prevalere, al fine di poter contare su di una produzione diversificata di energia accanto a quelle che tradizionalmente vengono utilizzate”. In fondo poi si tratta di un obiettivo “che pare sia condiviso da tutti in questo Paese e già imposto e accettato dal punto di vista legislativo dall’Unione europea” e che — sottolinea Vingiani — meriterebbe di essere “concretamente sostenuto da un lato con produzioni ad hoc e dall’altro senza privarsi dell’ausilio che la tecnologia può mettere a disposizione”. Non serve a nulla cercare di dividersi a tutti i costi e se davvero riuscissimo in un’opera di vera concertazione sul tema dei biocarburanti potrebbero concretamente “ridursi i già lunghissimi tempi di metabolizzazione propri del nostro paese”. E magari anche arrivare con un “ritardo accettabile” a quegli “obiettivi che anche noi abbiamo contribuito a porre quando come Unione Europea abbiamo voluto che il 2010 fosse l’anno nel quale il dieci per cento dei carburanti dovesse derivare da fonti rinnovabili e — conclude il direttore di Assobiotec – in particolare dei biocarburanti”.