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La Banca centrale europea si avvia alla riunione odierna con un esito ampiamente scontato: tassi invariati per la quinta volta consecutiva dopo il taglio di 25 punti base deciso nel giugno 2025. Il tasso sui depositi resterebbe così al 2%, livello che i mercati e la maggioranza degli economisti considerano coerente con un’inflazione ormai prossima all’obiettivo.
Le attese degli analisti per febbraio
“Con tassi già bassi al 2% e un’inflazione che si aggira attorno al target del 2% della BCE, la banca centrale non ha fretta di modificarli”, scrive in una nota Michael Field, chief European markets strategist di Morningstar, sottolineando che “l’85% degli economisti, in un recente sondaggio, si aspetta una conferma dello status quo a febbraio”.
La pensano allo stesso modo gli analisti di PIMCO. “Ci aspettiamo che la BCE mantenga invariato il tasso sui depositi per la quinta volta consecutiva, al 2%”, afferma Konstantin Veit, portfolio manager della casa di gestione. “Con inflazione sostanzialmente in linea con l’obiettivo, crescita in linea con il trend e mercati del lavoro ancora solidi, la BCE ha poche ragioni per modificare la propria politica in questa fase”.
Inflazione sotto controllo, ma l’euro pesa
Se nel breve la linea appare tracciata, lo sguardo si sposta già al restano dell’anno. I dati sull’inflazione dell’area euro, attesi domani 4 febbraio, rappresentano un passaggio chiave. Il consenso punta a un dato tendenziale del 2%, mentre DWS prevede una discesa più marcata all’1,7%. Un’eventuale sorpresa al ribasso rafforzerebbe il dibattito sul ruolo del cambio. Vale la pena ricordare che, complice un dollaro in discesa libera, l’euro si è infatti apprezzato fino a raggiungere la soglia di 1,20 a gennaio.
“Un euro forte rende le importazioni più economiche e frena l’inflazione”, ricorda Ulrike Kastens, senior economist di DWS. “L’apprezzamento del 7,6% su base ponderata per gli scambi nell’ultimo anno è già incorporato nelle proiezioni della BCE e, in questo senso, non c’è motivo di un rapido aggiustamento della politica monetaria”.
Anche per Martin Wolburg, senior economist di Generali Investments, l’effetto cambio resta per ora gestibile: “Uno studio della BCE indica che un apprezzamento dell’euro dell’1% riduce l’inflazione complessiva di circa 0,04 punti percentuali entro un anno, suggerendo che il Consiglio direttivo può in larga parte ignorare questo effetto nel breve termine”. Ma il contesto globale – tra dazi Usa e concorrenza cinese – rende il tema più sensibile.
Per Carsten Brzeski, head of global macro research di ING, “il rafforzamento dell’euro è un fattore che complica la ripresa ciclica dell’industria e le prospettive di crescita ma non è sufficiente a cambiare rotta questa settimana». Tuttavia, aggiunge, “se la tendenza dovesse continuare e la BCE volesse segnalare che un’inflazione sotto il target è preoccupante quanto una sopra il target, le probabilità di un taglio a marzo aumenterebbero”.
Più prudente Joerg Held, head of portfolio management di Ethenea Independent Investors: “Vediamo uno, e al massimo due, possibili tagli nel 2026, ma non nel breve termine e solo se strettamente necessario”. E avverte: “Importiamo deflazione attraverso l’euro forte. La BCE lo monitora da vicino, ma siamo ancora lontani dal punto in cui servirebbero contromisure”.
Crescita disomogenea, ma segnali di tenuta
Sul fronte macro, l’area euro mostra segnali di graduale miglioramento. Nel quarto trimestre 2025 il Pil è cresciuto dello 0,3% trimestrale, sopra il consenso Bloomberg. La ripresa resta però a macchia di leopardo: Spagna e Portogallo corrono allo 0,8% trimestrale, mentre Francia e Germania restano più indietro.
In questo quadro, come sintetizza Kastens di DWS, “il contesto macroeconomico dovrebbe cambiare in modo significativo prima che la BCE abbandoni la valutazione secondo cui “siamo in una buona posizione”. Una frase destinata, salvo sorprese, a restare il mantra di Francoforte anche nel 2026.