Banche svizzere a italiani: “addio al segreto o chiudiamo il conto”

12 Novembre 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Nella battaglia contro l’evasione, chi porta i capitali all’estero, in Svizzera o in altri paradisi fiscali, è ormai accerchiato. Lo sanno bene i connazionali che hanno i conti in una banca di Lugano o Zurigo (la stima è di depositi per 120-180 miliardi di euro): in questi giorni i correntisti italiani vengono contattati dagli istituti di credito elvetici che preannunciano l’arrivo di una lettera in cui sarà sottoposta loro la scelta di chiudere il conto o di uscire dall’anonimato.

Il modo di contattare i clienti può cambiare da banca a banca e anche in relazione al Paese di residenza del correntista. Infatti la Svizzera ha già chiuso un accordo fiscale con la Gran Bretagna e un altro con l’Austria. Mentre è in trattativa con gli Stati Uniti: secondo le stime ammonterebbero a circa 200 miliardi di dollari i conti intestati a cittadini americani che sfuggono al fisco Usa.

Washington vuole i nomi e sta minacciando le banche svizzere di sanzioni in caso di mancata collaborazione. Ma sul piede di guerra è anche la Germania, così come la Francia o l’Italia. È cambiato il clima internazionale nei confronti dei paradisi fiscali, l’Ocse sta portando avanti una lotta serrata all’evasione: il segreto bancario è destinato a morire.

La lotta al terrorismo e la necessità di seguire il denaro nei suoi movimenti da un lato, la crisi mondiale che ha spinto i Paesi a rivedere le proprie politiche di lotta all’evasione dall’altro, hanno portato a una forte pressione su tutti quei Paesi in cui è in vigore il segreto bancario.

In Svizzera ha cominciato a venire meno da tempo, ma solo nel caso di attività criminali, come appunto terrorismo, crimine organizzato o riciclaggio di denaro. Ora siamo a una svolta perché, su pressione del Gruppo d’azione finanziaria internazionale e del G20, Berna è stata obbligata a elaborare una proposta di legge che introdurrà i reati fiscali qualificati come reati presupposto del reato di riciclaggio.

Il rischio, in caso di mancato adeguamento del Paese entro il 2016, è l’inserimento nella black list con conseguente perdita di un’importante fascia di business. Le banche non hanno perso tempo e di fronte a questo aut aut hanno cominciato ad attrezzarsi e ad avvertire i propri clienti, illustrando il cambio in corso. Una volta approvata la legge, gli istituti di credito che manterranno i conti di evasori saranno perseguibili dalla procura svizzera.

Altra tappa importante è stata la firma, il 18 ottobre scorso, da parte del governo di Berna della convenzione sullo scambio spontaneo di informazioni tra autorità fiscali. Ma si tratta di una procedura lunga, perché la convenzione dovrà essere ratificata dal Parlamento elvetico e poi sottoposta, quasi sicuramente, a referendum. Gli esperti stimano che gli effetti concreti si vedranno nel giro di una decina d’anni perché necessita di ulteriori passaggi, come la definizione degli ambiti di applicazione con i diversi Stati. E non si sa quando toccherà agli accordi con l’Italia.

In attesa di un automatismo, i governi si muovono. Già nel 2011 la Gran Bretagna ha trovato un’intesa con la Svizzera: l’accordo Rubik. In cambio del mantenimento del segreto bancario per i clienti inglesi delle banche elvetiche, Londra ha ottenuto un’aliquota fiscale sui loro depositi.

Ma questo «modello» sembra non soddisfare più il Tesoro britannico. L’Italia sta percorrendo un’altra strada, quella del voluntary disclosure, ovvero la possibilità di far rientrare capitali esteri illeciti frutto di evasione, senza sconti sulle imposte evase ma con la depenalizzazione. E ora che anche le banche svizzere stanno chiudendo le porte, la via d’uscita dell’auto-denuncia potrebbe diventare interessante.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da Corriere della Sera
– che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

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DI Mario Sensini

ROMA (WSI) – Una “finestra” permanente, attraverso la quale far rientrare in Italia i capitali esteri non dichiarati, pagando le tasse dovute, ma con meno sanzioni, perdendo l’anonimato garantito dai precedenti scudi fiscali, ma con la garanzia di non avere conseguenze penali.

Il piano per il rientro dei capitali nascosti all’estero, è ormai pronto. «Il governo intende adottare misure per favorire il rimpatrio dei capitali non dichiarati», ha confermato ieri il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni.

L’esecutivo, ha aggiunto il ministro, si ispirerà alle proposte fatte dal gruppo di lavoro coordinato dal procuratore aggiunto di Milano, Francesco Greco, che già nella passata legislatura aveva consegnato al governo, allora guidato da Mario Monti, una proposta di legge rimasta inattuata. Il gruppo guidato dal magistrato milanese, esperto di reati finanziari, ha lavorato essenzialmente sul fenomeno dell’«autoriciclaggio», ma ha ravvisato anche l’esigenza di una norma che agevoli la denuncia volontaria dei capitali nascosti all’estero.

Se il contribuente fornisce al fisco informazioni sui capitali detenuti illecitamente all’estero «spontaneamente», e prima che l’amministrazione fiscale abbia avviato verifiche o contestato violazioni, si prevede la riduzione delle sanzioni alla metà del minimo ed un notevole alleggerimento dei profili penali, che grazie ad un complesso meccanismo di attenuanti, di fatto, vengono meno.

Lo schema, che prevede il pagamento delle tasse dovute su tutte le annualità accertabili dal fisco (cinque anni) ricalca quello della «Voluntary disclosure» predisposto dall’Ocse, e già applicato da alcuni paesi come la Gran Bretagna. La misura potrebbe arrivare come emendamento alla Legge di Stabilità, ma è intenzione del governo non attribuirgli, per ora, alcun gettito. Solo a posteriori, se il meccanismo funzionerà, il ricavato potrà essere usato per ridurre le tasse.

È un nuovo passo nella strategia del governo nella lotta contro l’evasione fiscale che, ha detto ieri Saccomanni inaugurando l’anno accademico della Scuola di Polizia Tributaria, dovrà essere «portata avanti con mano ferma quanto calibrata» ed attenta agli effetti della crisi su persone e imprese. Altri passi si faranno con l’attuazione della delega, in particolare per combattere l’elusione delle multinazionali, attraverso «lo spostamento artificioso delle basi imponibili».

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