Banche centrali, prevale la cautela: cos’è cambiato in questa settimana

20 Settembre 2019, di Alberto Battaglia

Dagli incontri delle maggiori banche centrali che si sono tenute negli ultimi 10 giorni prevalgono cautele sul futuro andamento dell’economia e dell’inflazione, con una netta prevalenza di decisioni di segno espansivo od attendista.
A muoversi in direzione più accomodante è stata, in particolare, la Banca centrale europea, che ha ripreso il programma di acquisti di asset aggiuntivi (20 miliardi di euro mensili a partire da novembre). Anche la Federal Reserve, tuttavia, ha soddisfatto le previsioni operando un taglio di 25 punti base al tasso di riferimento, per quanto non sia emerso con chiarezza se nuovi allentamenti siano imminenti.

“Ieri è terminato il round dei meeting delle principali Banche centrali, comprese anche quelle di alcuni Paesi emergenti. Il risultato finale è stato quello di un atteggiamento piuttosto accomodante da parte di tutti i principali Istituti, che, nella maggior parte dei casi, hanno abbassato le loro stime sia su crescita che inflazione”, ha commentato Mps Capital Services nella sua nota giornaliera, “ha fatto eccezione, la Banca centrale norvegese, che ieri ha alzato nuovamente (dopo marzo e giugno) i tassi d’interesse, sottolineando tuttavia l’inizio di una fase ‘wait and see’. La BoE, come da programma, è rimasta al palo (aspettando news sul tema Brexit), mentre la Banca nazionale svizzera ha ammorbidito le condizioni sul meccanismo di tiered deposit ribadendo come il franco rimanga altamente sopravalutato”.

Secondo Mps, le decisioni assunte dalle banche centrali hanno contribuito ad un rialzo degli indici azionari, “che si è pero ridimensionato successivamente alle dichiarazioni del consigliere di Trump, Pillsbury, secondo il quale gli Stati Uniti sarebbero pronti ad un’escalation sul tema dazi”. (Nella grafica in basso una sintesi sulle decisioni delle maggiori banche centrali annunciate negli ultimi giorni).

 

Per quanto riguarda la Fed, il membro del Fomc James Bullard (presidente della Fed di St. Louis), ha dichiarato pubblicamente che l’istituto avrebbe dovuto agire in modo più marcato nel ribasso dei tassi.

“Vi sono segnali che la crescita economica degli Stati Uniti dovrebbe rallentare nel prossimo orizzonte. L’incertezza della politica commerciale rimane elevata, la produzione degli Stati Uniti appare già in recessione e molte stime delle probabilità di recessione sono passate da livelli bassi a moderati”, ha scritto Bullard in una nota. Il presidente della Fed di St. Louis ha votato, in seno al Fomc, per un taglio di 50 punti base: secondo Bullard, infatti, ci sarebbe sempre la possibilità di alzare i tassi nel caso in cui i rischi economici all’orizzonte non si concretizzino.