Economia

Autonomia differenziata, come la vedono le imprese

“Come sistema delle imprese partiamo dal chiaro presupposto che l’autonomia differenziata costituisce un principio costituzionale e pertanto di possibile attuazione. Se ben calibrata, dunque, può rappresentare un’occasione per rafforzare la competitività e valorizzare le specificità dei territori.”

Così Vito Grassi, vicepresidente di Confindustria e presidente del Consiglio delle Rappresentanze Regionali e per le Politiche di Coesione Territoriale, oltre che ceo di Graded spa e di Grastim srl, che lo scorso 17 aprile ha partecipato a un interessante confronto in Federmanager. All’evento hanno partecipato anche l’assessore al Bilancio del Comune di Napoli Pier Paolo Baretta, del vicepresidente Anci Campania Luigi Carbone, del presidente di Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) Adriano Giannola, del vicepresidente nazionale Federmanager Valter Quarzoli, del presidente Federmanager Napoli-Avellino-Benevento-Caserta Luigi Bianco, e di Giuseppe Di Taranto, professore emerito alla Luiss – Guido Carli. Grassi poi ha precisato:

“L’autonomia differenziata è un percorso che Confindustria segue nel merito e nell’approfondimento degli sviluppi, con lo sguardo puntato sulla verifica del rispetto della parità dei diritti su scala nazionale e degli aspetti connessi alla competitività dei territori. In Confindustria guardiamo, quindi, con interesse a un’attuazione del regionalismo differenziato che, senza aumentare i divari tra le Regioni, rafforzi al contrario i territori nel solco dei principi di sussidiarietà, unità, efficienza e solidarietà”.

Cos’è l’autonomia differenziata

Con “autonomia differenziata” (articolo 116 della Costituzione) si intende la possibilità che le regioni a statuto ordinario possano ottenere competenza legislativa esclusiva su materie che la Costituzione elenca invece come “concorrenti” o, addirittura in tre casi, di esclusiva competenza statale (articolo 117 della Costituzione).

L’articolo 116 distingueva tra quindici regioni a statuto ordinario e cinque regioni a statuto speciale (nonché due province autonome). La corposa riforma costituzionale del 2001, peraltro confermata da referendum popolare, aggiungeva il terzo comma all’art. 116, che da allora recita: “Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la regione interessata”.

Tuttavia, il terzo comma dell’art. 116 è rimasto lettera morta per oltre 20 anni. Fino al 17 novembre 2022, quando il Governo ha presentato una bozza di disegno di legge sul tema del ministro per gli Affari regionali e le autonomie Roberto Calderoli. La legge quadro sull’autonomia differenziata è stata approvata in via preliminare dal consiglio dei ministri nel febbraio 2023 e sarà oggetto di una o più verifiche prima del via libera definitivo. Uno dei punti più controversi del ddl Calderoli riguarda i livelli essenziali di prestazione (Lep). L’entità di questi finanziamenti andrebbe stabilita prima delle richieste di autonomia, in modo tale da avere chiaro di quante risorse ha bisogno ogni regione richiedente. Ma secondo il disegno di legge, che dà al governo un anno di tempo per decidere i Lep, le regioni potranno formulare un’intesa anche senza il decreto del presidente del Consiglio che dovrebbe stabilire l’entità dei Lep, distribuendo così i finanziamenti in base alla spesa storica della regione nell’ambito specifico in cui chiede l’autonomia. Ma il decreto non convince Confindustria Napoli e anche la Fondazione Gimbe, il cui presidente Nino Cartabellotta aveva chiosato:

“Prima di introdurre le autonomie bisognerebbe riequilibrare le differenze regionali. I problemi non si risolveranno facendo correre chi è già più forte. Le regioni del Sud e del Centro Italia finiranno per diventare clienti della sanità settentrionale. Il turismo sanitario, già diffuso, si aggraverebbe ulteriormente”. 

La visione di Confindustria

Confindustria da anni è fautrice dell’autonomia differenziata. In un position paper pubblicato nel luglio 2019, Confindustria definisce l’autonomia differenziata “una modalità di coinvolgimento dei diversi livelli di governo nella formazione delle politiche pubbliche e nell’esercizio più efficiente delle competenze. Così intesi, i nuovi spazi di autonomia non segmentano l’unità nazionale, ma migliorano le condizioni di cittadini e imprese nelle Regioni interessate, senza peggiorare quelle delle altre Regioni”. In tal senso, auspica che sia attribuita nel rispetto dei principi fondamentali della Costituzione, proteggendo l’unitarietà dell’ordinamento, i livelli essenziali delle prestazioni sui diritti civili e sociali su tutto il territorio, nonché le scelte strategiche per l’economia nazionale, come nel campo dell’energia e delle infrastrutture. A tal fine, andrebbero riconosciuti allo Stato strumenti di raccordo e verifica. Sul tema era tornato il gennaio 2023 il numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, con un avvertimento importante:

“Non deve essere un tema di divisione del Paese. Questo Paese non si può dividere: ha problemi urgenti da affrontare”.

E per rispondere a Usa e Cina, per la “vera sfida, quella della competitività del sistema industriale europeo”, non si può rispondere “con l’Italia o con un sistema regionale. Per certe sfide abbiamo bisogno di una dimensione almeno europea”.