Apple lancia l’iBond

1 Maggio 2013, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – Apple lancia il suo primo bond in 17 anni. Ed è boom degli ordini: a fronte di un’offerta pari a 17 miliardi di dollari, Cupertino avrebbe, secondo le prime indiscrezioni, ricevuto ordini per 40-50 miliardi di dollari.

Nel dettaglio, l’emissione di bond Apple gia’ soprannominati iBond – in base alla documentazione depositata alla Sec – è strutturata in sei tranche, fra i tre e i 30 anni di maturazione. Per quelli a più breve termine, i rendimenti sono leggermente superiori a quelli dei Treasuries. Secondo Bloomberg, i bond a 10 anni avrebbero rendimenti superiori di 75 punti base rispetto ai buoni decennali del Tesoro USA, ovvero intorno al 2,4% (contro l’1,7% dei T-bond a 10 anni).

A questo punto la domanda che circola tra gli esperti è la seguente: gli investitori privati dovrebbero approfittare dell’offerta Apple? Il nuovo debito della Apple è stato giudicato da S&P con un rating AA+, lo stesso dei Treasuries mentre Moody’s ha invece un più positivo Aaa.

Per Michael Hodel, analista di Morningstar, le obbligazioni di Apple non sono da considerarsi un’alternativa a titoli del Tesoro USA, pur avendo lo stesso rating. “Anche se Apple è una società solida da un punto di vista finanziario, non considero le obbligazioni di Cupertino più sicure dei titoli del Tesoro Usa. Se è vero che il bilancio di Apple gode di uno stato di salute migliore rispetto a quello delle finanze degli Stati Uniti, la principale differenza tra le due entità è che il Tesoro Usa, in ultima analisi, è sostenuta dal gettito fiscale dell’intera economia degli Stati Uniti e non da una limitata gamma di prodotti. In altre parole, è quasi sicuro che il governo degli Stati Uniti ci sarà tra 10, 20 o 30 anni. Non abbiamo la stessa certezza per quanto riguarda Apple” ha detto l’esperto, che conclude: “Inoltre, gli Stati Uniti possono sempre stampare dollari se dovessero andare incontro a una crisi di liquidità. Apple non gode di questo lusso”.

Goldman Sachs e Deutsche Bank stanno curando il collocamento di quella che molti già ritengono la maggiore offerta della storia per una società non finanziaria: se infatti Apple venderà 17 miliardi di dollari di debito supererà – in base ai dati di Dealogic – l’offerta da 16,5 miliardi di Roche Holdings nel febbraio 2009 e quella da 14,7 miliardi del novembre 2012 di AbbVie, le due maggiori nella storia americana. I fondi raccolti con l’emissione di debito, la prima dal 1996, saranno usati da Apple per finanziare il piano di buyback e quello per la distribuzione dei dividendi, con i quali la società si è impegnata a restituire agli azionisti 100 miliardi di dollari entro il 2015. Una decisione presa anche per sostenere il titolo in Borsa, sotto pressione da mesi: del calo recente delle azioni Apple (-40% dai massimi di settmebre 2012) ha approfittato il miliardario russo Alisher Usmanov, che ieri ha comunicato l’acquisto di titoli per 100 milioni di dollari.

Con l’iBond Apple potrà contare su risorse senza rimpatriare la liquidità per oltre 100 miliardi di dollari che ha fuori dagli Stati Uniti e sulla quale si troverebbe a pagare imposte elevate in caso di rimpatrio di capitali. L’opreazioen ha quindi ha una valenza puramente fiscale. In totale Apple ha in cassa oltre $137 miliardi.

Il ritorno sul mercato del debito segna il ‘riavvicinarsi’ di Apple a Wall Street: dallo sbarco in Borsa nel 1980 e dall’ultima emissione di bond nel 1996 Cupertino non ha quasi avuto bisogno dei suoi servizi. Pur avendo sposato una ex Goldman Sachs, a Steve Jobs infatti non erano mai piaciuti i banchieri e – secondo indiscrezioni – il fondatore preferiva stringere accordi e portare avanti operazioni senza il loro aiuto. Ma secondo i fiscalisti dietro questa mossa del gruppo di Cupertino si nasconderebbe anche la volontà della società di evitare gli effetti di una potenziale proposta d’imposta fino a 9 miliardi di dollari.

Spiegano che decidendo di emettere il bond da 17 miliardi di dollari, Apple non si troverà nelle condizioni di dover riportare a casa i proventi realizzati all’estero. Su questo denaro il gruppo avrebbe, infatti, pagato un obolo in tasse di circa il 35% secondo diversi avvocati e commercialisti. “C’è un enorme risparmio fiscale per Apple nel prendere in prestito denaro invece di riportarlo di nuovo gli Stati Uniti”, sottolinea Kevin Phillips, socio fiscale dello studio internazionale Baker Tilly. “La società in questo manterrà sempre 100 milioni di dollari di credito senza dover scendere troppo a patti con il fisco ogni anno.”