Alluminio: OEA, a rischio i produttori europei

10 Marzo 2010, di Redazione Wall Street Italia

(Teleborsa) – In occasione delle recenti dichiarazioni sulla proposta di sospendere i dazi sull’import delle materie prime, sono intervenuti Roberta Niboli, presidente dell’OEA (Associazione di refiners e remelters di alluminio europei) nonché rappresentante di Raffmetal S.p.A., il più grande produttore di leghe d’alluminio in Italia, e Marco Vedani, presidente dell’Assiral (Associazione italiana dei raffinatori d’alluminio) e direttore generale della Vedani Carlo Metalli S.p.A., azienda leader nella produzione di leghe d’alluminio, per esprimere il totale disaccordo delle associazioni che rappresentano in quanto questa proposta non comporterebbe alcun reale vantaggio per l’intero settore dell’alluminio. Lo si legge in una nota. A sostenere questa posizione è anche l’Associazione Europea dell’Alluminio (EAA) che lo scorso 19 gennaio ha emesso un documento ufficiale che definisce la posizione del settore riguardo ai dazi sull’import: il 97% dei produttori europei si è dichiarato favorevole al mantenimento del dazio al 3% per l’alluminio non legato e di quello al 6% per le leghe di alluminio secondario. L’unica riduzione eventualmente promossa dall’Associazione è quella relativa alle leghe primarie, che passerebbero dal 6% al 4% di dazio, ma solo dal luglio 2012 e solo quando sarà possibile distinguere inequivocabilmente le leghe secondarie da quelle primarie, cosa tutt’altro che facile essendo uguale sia la composizione chimica che il processo di produzione. In Italia il settore dell’alluminio non si compone solo di trasformatori di materie prime ma conta con una forte presenza di “refiners”, aziende che operano nel settore dell’alluminio secondario recuperando e lavorando i rottami per trasformarli in leghe di alluminio riutilizzabili. Anche grazie a una sempre più diffusa cultura del recupero e del riciclo che si avvale del contributo di tutti i cittadini, la produzione italiana ed europea di leghe d’alluminio ha raggiunto un elevato grado di specializzazione e di innovazione tecnologica che garantiscono qualità della materia prima prodotta in armonia con l’ambiente naturale e lavorativo, e con basso consumo energetico. Si tratta di un settore che occupa in Europa più di 10.000 persone e produce quasi 3 milioni di tonnellate annue di leghe di alluminio (di cui circa il 22% prodotte in Italia), alimentando l’industria manifatturiera europea e garantendole autonomia negli approvvigionamenti. La realtà dei refiners si caratterizza quindi per essere costituita da piccole e medie imprese con una solida tradizione di radicamento locale, una prospettiva di sviluppo economico nel territorio italiano e comunitario e un investimento continuo a favore del rispetto dell’ambiente, dimensioni non necessariamente comuni alle multinazionali che si sono espresse a favore dell’abolizione del dazio e caratterizzate da una forte impronta delocalizzativa. Il modello produttivo europeo è stato preso come esempio per lo sviluppo dell’attività anche da paesi extra-europei che, comprendendo l’importanza del recupero di rottami di alluminio per avere materia prima da lavorare, hanno avviato la loro produzione. Questi paesi, non essendo vincolati da accordi internazionali, hanno adottato forti misure protezionistiche per scoraggiare l’esportazione di rottami arrivando ad applicare dazi fino al 50% (come in Russia e Ucraina). La presenza di incentivi e sussidi governativi in questi paesi ha dato il via a una massiccia dei nostri produttori. Inoltre in paesi come India e Cina la mancanza di politiche ambientali, sociali e di sicurezza rende possibile una produzione a bassissimo costo che comporta notevoli danni da inquinamento (basti pensare che nelle produzioni europee e italiane il 30% del costo produttivo è relativo al mantenimento degli standard ambientali) e condizioni lavorative disumane. In mancanza di normative che regolino l’attività industriale in questi paesi, la presenza di dazi all’import permette alle aziende europee di compensare un grave squilibrio competitivo, continuando a garantire produzioni che rispettano le condizioni dei lavoratori e l’ambiente. I vantaggi previsti dall’abolizione del dazio all’import per i consumatori sarebbero assolutamente trascurabili, basti pensare infatti che per un’automobile (il 70% dell’impiego dell’alluminio è nell’automotive) il costo dell’alluminio utilizzato è pari a circa 300€, quindi un dazio al 6% equivale a circa 18€, cifra irrisoria rispetto al prezzo finale al consumatore. Va peraltro ricordato che i trasformatori di materie prime, che beneficerebbero di questa abolizione, sono protetti da un dazio sull’importazione dei prodotti semi-lavorati pari al 7,5%. Il dazio sull’import dell’alluminio rimane uno dei pochi strumenti per ridurre le distorsioni del commercio internazionale. Perfino secondo la disciplina della World Trade Organization il dazio è considerato uno strumento di difesa commerciale pienamente legittimo, grazie alla sua trasparenza e alla prevedibilità dei suoi effetti sugli scambi internazionali, al contrario di sussidi e normative tecniche e ambientali il cui impatto distorsivo è più complesso da prevedere e valutare. Il mantenimento del dazio sulle importazioni di alluminio consente di proteggere l’industria comunitaria dall’invasione di produzioni provenienti dai paesi extra-europei, bilanciando parzialmente l’assenza di regolamentazioni e normative ambientali stringenti nonché la presenza di sussidi e vantaggi economici di cui questi possono godere. L’abolizione del dazio all’import avrebbe conseguenze devastanti sui “refiners” europei. Questa liberalizzazione andrebbe infatti a favorire le industrie extra-europee che non prevedono alcuna tutela dell’ambiente e dei lavoratori, con la conseguenza di produzioni a basso costo e di concorrenza selvaggia nei confronti delle aziende europee. L’Europa perderebbe il suo ruolo nella produzione di alluminio, fondamentale per garantire autonomia di approvvigionamenti agli stessi trasformatori europei. Nella malaugurata ipotesi in cui la produzione fosse concentrata in monopoli al di fuori della Comunità Europea, non ci si deve illudere che i prezzi rimarrebbero competitivi e stabili, come avviene adesso grazie alla presenza dei produttori europei. Il mondo dell’alluminio è certamente a favore del libero scambio purché sia effettivamente tale, con regole che valgano per tutti: per questo il mantenimento del dazio appare necessario finché non si sarà raggiunta una normativa condivisa a livello internazionale. Non si tratta di una misura protezionistica volta a ottenere illeciti vantaggi, tutt’altro: è una legittima difesa dalla concorrenza sleale messa in atto con gravissime conseguenze ambientali e sociali da parte di alcuni paesi extra-europei.