Alla Spagna ormai resta solo la negazione della realta’

13 Aprile 2012, di Redazione Wall Street Italia

New York – Le richieste delle autorita’ europee arrivano con largo ritardo. Anche se sembrava fosse caduto vittima di uno stato di cecita’ temporanea nel primo trimestre dell’anno, il mondo finanziario e’ ormai pienamente consapevole del problema del paese iberico, con l’attenzione che e’ piu’ di ogni altra cosa rivolta alle estreme difficolta’ del sistema bancario.

Le banche stanno rapidamente entrando nei ranghi delle meno amate in Europa, proprio in un momento in cui i gruppi finanziari hanno disperato bisogno di aumentare i livelli di capitale con urgenza. Ma le richieste di fondi vengono disertate dagli investitori, ormai convinti che il paese sia sull’orlo di una recessione e che molti istituti di credito non sopravviveranno.

Il governo ha escluso l’opzione di offrire ulteriori aiuti di stato a un settore che comprende un mix eterogeneo di gruppi internazionali e banche locali di risparmio, tutti fortemente indebitati.

Questo lascia due opzioni aperte: reperire capitali privati oppure rivolgersi alll’Unione Europea, a cui chiedere un prestito dal fondo di salvataggio. Le prospettive per una soluzione del settore privato sono scarse. Nulla all’orizzonte pare destinato a convincere i gestori dei fondi stranieri ad investire, tale e’ la paura di crescenti prestiti ‘tossici’ delle banche, delle loro partecipazioni nel debito sovrano in crisi e della situazione economica in peggioramento.

E basta guardare il mercato immobiliare spagnolo per rendersi conto di quanto il paese sia nei guai. In marzo l’indice IMIE dell’immobiliare spagnolo ha registrato un calo record che non si era mai visto prima e pari a -11,5 a 1.631 punti. Da quando ha toccato il picco massimo a dicembre 2007, l’indice dei prezzi delle case e’ crollato del 28,6%.

Alla luce del crescente stress patrimoniale causato dal processo di deleverage del settore privato, dalle misure governativi di austerita’ e i requisti di capitale che l’Europa imporra’, il sistema bancario spagnolo non ha molta scelta se non quella di ridursi. Uno dei modi piu’ semplici e’ chiudere bottega e apportare tagli al personale.

Inutile nascondersi dietro ai fatti: il business bancario non e’ piu’ redditizio, come sottolineato da Enrique Garcia Candelas, leader del settore di banking retail di Banco Santander SA, durante una tavola rotonda per affrontare la crisi del settore, svolta a Madrid.

Le banche dovranno chiudere altri 10.000-12.000 filiali se vogliono adattarsi a una riduzione della domanda di prestiti, come sottolineato da Candelas, ma le due principali banche del paese ritengono che una mossa di questo tipo come un’opportunità per incrementare la loro quota di mercato.

Dovendo vedersela con un calo della domanda per il credito, condizioni di finanziamento difficile e un incremento dei prestiti ‘tossici’, molti istituti spagnoli sono stati costretti a fondersi tra loro negli ultimi anni, e i piu’ deboli sono stati nazionalizzati. Il risultato e’ che ora le banche iberiche sono 17. Cinque anni fa erano 53.

Ciononostante, da quando la crisi e’ scoppiata nel 2008, le banche hanno chiuso solo 5.000 filiali pari al 12% della loro capacita’ complessiva. Questo ha ridotto il numero complessivo a circa 40.000. Una cifra destinata a scendere ancora.

Sul fronte economico, la situazione non e’ tanto migliore: la produzione industriale e’ crollata in febbraio, con la morsa della recessione che inizia a fare presa su un’economia tramortita dagli enormi livelli di disoccupazione. La produzione delle fabbriche e dei generatori di elettricita’ e’ scivolata del 5,1% in febbraio, rispetto all’anno precedente.

Si tratta della flessione piu’ marcata da novembre dell’anno scorso, quando il partito dei conservatori dei Popolari del premieri Mariano Rajoy ha vinto le elezioni anticipate, con la promessa di mettere in sesto la crisi economica del paese.

La Spagna cadra’ in una fase in recessione quest’anno, con il governo che prevede una contrazione dell’1,7% del Pil dopo una misera crescita dello 0,7% nel 2011. Visti gli ultimi dati, compreso il PMI di marzo, quelle previsioni sembrano addirittura ottimiste.

Intanto dopo mesi di travagli economici e politici, il popolo greco sara’ chiamato a recarsi alle urne il 6 e 7 maggio per votare un nuovo esecutivo. Si apre in aprile una campagna elettorale che potrebbe portare a risultati incerti e minacciare il processo di implementazione del piano di salvataggio accordato dalla troika composta da Fmi, Bce e Ue, che ha salvato Atene dal crack. Bisognera’ segnarsi quella data. Potrebbe rappresentare la svolta decisiva per l’area euro.