Addio beni pubblici per evitare una nuova manovra: ma chi compra?

14 Giugno 2012, di Redazione Wall Street Italia

Roma – L’addio a “gioielli di famiglia” e altre proprieta’ immobiliari di pregio consentira’ di risparmiare 5 miliardi quest’anno e altri 8-9 l’anno successivo. A fare gola sono soprattutto Sace e Fintecna, societa’ ricche di liquidita’, tra i 10 e i 15 miliardi. Ma il rischio e’ che i beni pubblici finiscano nelle mani dei soliti noti. Difficile che avvenga come per le privatizzazioni nel 1992, che vide trasformate in Spa le aziende di stato Iri, Eni, Ina ed Enel, il tutto a guadagno dei gruppi anglo-americani. Nel dare l’annuncio il governo ha promesso che monumenti e beni di pregio non saranno toccati. Ma rimane il fatto che la legge – grazie al decreto Tremonti – lo consente. E basti pensare che sarebbe sufficiente cedere tutti gli asset, dalle societa’ partecipate alle caserme, per azzerare, o quasi, l’intero debito pubblico dello Stato.

Come nel 2011 con Giulio Tremonti alla guida del Tesoro, la misura e’ studiata con l’obiettivo di ridurre il deficit. Monti e’ sottoposto a crescenti pressioni esterne ed interne e l’idea di abbattere in un solo colpo la massiccia mole del debito per convincere i mercati che l’Italia e’ finanziariamente solida non deve essergli sembrata vera. “Monti vuole la crescita, ma non puo’ far passare le misure politiche per stimolarla”, sintetizza il Wall Street Journal. Il Tesoro e’ chiamato al test dei mercati ormai da piu’ di un anno. E da qui alla fine del 2012 ogni mese dovra’ cercare di repererire sul primario 35 miliardi di euro di media. Nelle aste la domanda si e’ sempre mantenuta su livelli molto buoni, il problema riguarda il costo salato che Roma deve regolarmente sborsare.

L’alta tensione sui mercati e le difficolta’ politiche intestine – Monti rischia di perdere buona parte del sostegno parlamentare su cui poteva contare al momento del suo insediamento in novembre – devono aver convinto il professore della Bocconi a ricorrere all’iniziativa di dismissione di beni pubblici, per smaltire il debito, che ha raggiunto quota 1.948,58 miliardi in aprile, pari al 120% del Pil. Fin qua nulla di male. A sollevare obiezioni e’ tuttavia il fatto che non si sa chi comprera’.

Inoltre il piano “vendi e riaffitta” potrebbe rivelarsi molto dispendioso per lo Stato se quest’ultimo dovra’ garantire un rendimento, rappresentato ad esempio dai canoni di locazione pagati dalle stesse amministrazioni.

Da quando la decisione e’ stata resa nota a Berlino, sebbene in via informale, in rete sono iniziate a circolare tesi secondo cui a guadagnarci potrebbero essere pochi singoli privati, come accaduto in passato. L’ultima volta, nell’autunno del 2011, vennero dismessi magazzini ed ex caserme a Torino, l’albergo Atletic di Livorno, fino alle aree agricole della Basilicata, ex depositi munizioni in Calabria nonche’ la Manifattura di Firenze e Milano. Non certo monumenti di massimo pregio, ma comunque beni che vennero cartolarizzati da una societa’ costituita ad hoc, “Patrimonio dello Stato Spa”. Secondo quanto stabilito dal decreto Tremonti.

Questa volta saranno piazzate quote ai privati e ritirati vecchi titoli di Stato, per un guadagno complessivo nelle casse dello stato che si dovrebbe aggirare intorno ai 50 miliardi. Nei nuovi “veicoli” confluira’ parte del patrimonio pubblico, soprattutto di regioni e comuni. Verranno valorizzati i gioielli di famiglia, soprattutto quelli degli enti locali. Niente di concreto ancora, ma solo tante ipotesi: dalla Superholding al trust, da societa’ Sgr al rafforzamento di Cassa depositi e prestiti e Demanio.

Tre le ipotesi al vaglio

Con ogni probabilita’ il Tesoro costituira’ un fondo o una Societa’ di gestione del risparmio. Il ministero dovra’ riferire al parlamento ogni sei mesi sui risultati ottenuti.

L’idea piu’ accreditata sinora riguarda la creazione di una societa’ di gestione del risparmio – o in alternativa la creazione di piu’ fondi immobiliari a cui lo Stato vende parte dei suoi asset. Il fondo, come scrive Valentina Conte su La Repubblica, “si finanzia poi collocando le quote presso investitori privati e istituzionali, il cui rendimento e’ garantito dal flusso di entrate degli stessi asset, come gli affitti pagati dallo Stato alla Sgr”. A quel punto, in un secondo tempo, “si stabilira’ un vincolo di destinazione degli introiti netti dell’operazione, a riduzione del debito pubblico, escludendo dunque un loro utilizzo per finanziare nuove spese o riduzioni di imposte”.

Il punto debole dell’operazione “fondo” sarebbe la scarsa liquidita’ in circolazione. Meno probabile appare, tuttavia, la seconda strada percorribile: quella della Super-Holding, un bacino enorme in cui far confluire le controllate del Tesoro, le partecipate degli enti locali, gli immobili.

La terza ipotesi in campo vede come protagonista la Cassa depositi e prestiti, societa’ controllata dal Tesoro al 70%, ma fuori dal perimetro della pubblica amministrazione (in teoria, puo’ fare debito per acquistare, ma incorrerebbe nel veto di Bankitalia), che gestisce circa 120 miliardi di risparmio postale degli italiani. Un bacino da cui – riferisce il quotidiano – si potrebbero attingere risorse per acquistare partecipazioni azionarie del Tesoro.

Secondo quanto stabilito dalla legge, il Ministro dell’economia “e’ autorizzato a costituire o a promuovere la costituzione, anche attraverso soggetti terzi, di piu’ societa’ a responsabilita’ limitata con capitale iniziale di 10.000 euro, aventi ad oggetto esclusivo la realizzazione di una o piu’ operazioni di cartolarizzazione dei proventi derivanti dalla dismissione del patrimonio immobiliare dello Stato”.

Tali societa’ private possono essere costituite anche con atto unilaterale del Tesoro, che dovra’ poi riferire al parlamento ogni 6 mesi, a partire dalla data di costituzione delle societa’, sui risultati economico-finanziari ottenuti.

La cessione degli asset pubblici andra’ ad aggiungersi alle misure proposte martedi’ sera dal Comitato interministeriale per la spending review, che consentiranno – come precisa il Corriere – di risparmiare gia’ nel 2012, 5 miliardi, e altri 8 o 9 nel 2013. Ma l’aria potenziale di intervento, come spiegato dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Piero Giarda, potrebbe essere dai 50 fino ai 100 miliardi complessivi.

Verrebbe cosi’ evitata una nuova manovra e forse persino l’aumento dell’Iva a ottobre – che dovrebbe fruttare 3,8 miliardi – offrendo inoltre 200 milioni per la copertura del decreto Sviluppo e di poter mettere sul piatto un altro miliardo per il terremoto di Emilia e Lombardia.

Ecco come funziona e cosa e’ stato dismesso in passato

A livello legale la dismissione del patrimonio pubblico consiste esattamente nella cessione a titolo oneroso di beni pubblici ai privati. Si tratta di un fenomeno ammesso da molte leggi speciali, che normalmente lo contemplano nella forma della cartolarizzazione. A costituire tuttora la disciplina fondamentale in tema di dismissione del patrimonio pubblico, come spiega l’avvocato Marco Antoniol sul suo sito, e’ il Decreto Tremonti varato a fine 2001. In particolare l’articolo 2 sui beni immobiliari.

La norma e’ concepita in modo da evitare lo scomodo passaggio attraverso il parere del ministero dei Beni culturali, al punto che la stessa inclusione di un determinato immobile nelle liste pubblicate dal ministero dell’Economia, secondo la legge “produce il passaggio dei beni al patrimonio disponibile” (art. 3, c. 1), sottraendoli al demanio artistico (per sua natura inalienabile), e rendendone in tal modo agevole la vendita. Come si vede, non siamo solo nell’anticamera della “Patrimonio spa”, ma in un meccanismo ancor piu’ radicale.

Secondo l’economista Giacomo Vaciago, la legge Tremonti altro non e’ stata che “la manifestazione di una chiara volonta’ da parte del governo di voler procedere a una massiccia dismissione del patrimonio immobiliare“. Fra gli immobili velocissimamente posti in vendita nel 2011 da Tremonti figurano la Manifattura di Firenze e quella di Milano. Risparmiata invece Roma, a parte Tor Pagnotta, confluita in Fintecna, controllata del Tesoro di cui ora si potrebbe disfare.

Le societa’ private create dal Tesoro effettuano le operazioni di cartolarizzazione, anche in piu’ fasi, mediante l’emissione di titoli o l’assunzione di finanziamenti. I beni individuati, nonche’ ogni altro diritto acquisito nell’àmbito dell’operazione di cartolarizzazione, “costituiscono patrimonio separato a tutti gli effetti da quello delle societa’ stesse e da quello relativo alle altre operazioni”. In pratica su ciascun patrimonio separato non sono ammesse azioni da parte di qualsiasi creditore diverso dai portatori dei titoli emessi dalle societa’, ovvero da chi ha concesso i finanziamenti in favore delle entita’ costituite dal Tesoro.

Nel 2011 in realta’, a parte qualche edificio monumentale come la Manifattura di Firenze e Milano, non vennero venduti beni con elevato pregio artistico o ambientale. Forse non c’e’ stato il tempo. Ma la legge ora lo consente.

La stroia vuole che la vera svendita di beni e societa’ italiane avvenne nel 1992. Durante la riunione del Britannia – a cui parteciparono tra gli altri Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell’Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell’Iri Riccardo Gall – si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d’Italia. Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane.

Il patrimonio dello Stato vale 1.800 miliardi di euro, di cui 675 immediatamente fruttiferi, composto da crediti, concessioni, infrastrutture, immobili, partecipazioni e risorse naturali. Di quei 675 miliardi, gli immobili rappresentano la voce piu’ consistente: 500 miliardi, dei quali potrebbe essere disponibile da qui ai prossimi anni il 5-10%, pari a circa 40-50 miliardi di euro.

Per contattare l’autore: Twitter @neroarcobaleno; daniele@wallstreetitalia.com