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AD Telecom Italia nella bufera. “Creò dossier illegali”

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MILANO – L’attuale amministratore delegato di Telecom Italia, il primo operatore italiano di Tlc, che commissiona un hackeraggio informatico e la creazione di dossier illegali. Un “penetration test” in Brasile pagato 160mila euro, quando Marco Patuano era il direttore generale di Telecom Latam.

La vicenda risale al 2005, ma è tornata d’attualità con il deposito degli atti del procedimento che vede indagato Marco Tronchetti Provera, per ricettazione dei cd con le incursioni informatiche brasiliane effettuate dalla Security di Giuliano Tavaroli. La ricostruzione è opera di Angelo Jannone, ex responsabile della Sicurezza di Telecom Italia Latam, la holding sudamericana del gruppo di telecomunicazioni.

Nel 2005 era in atto un duro scontro tra Citigroup, il finanziere Daniel Dantas e Telecom Italia, per conquistare il controllo di Brasil Telecom, una guerra senza esclusioni di colpi. Dal febbraio 2004 Marco Patuano ricopriva l’incarico di direttore generale di Telecom Latam e vi rimase fino alla fine del 2005, dopo di che si trasferì in Argentina per ricoprire lo stesso incarico nella partecipata di Telecom in quel paese.

Nell’estate di quell’anno la società italiana d’accordo con Dantas accetta di ridurre la propria partecipazione in Brasil Telecom, per poter avviare le attività nel campo della telefonia mobile, bloccate dall’Antitrust brasiliana.

Per gestire l’operatore telefonico carioca, Citigroup e Dantas chiamano Angra Partners, una società di consulenza, vicina alla stessa banca statunitense. Ma i vertici di Telecom Italia Latam, ovvero Paolo Dal Pino responsabile di tutte le attività in Sud America e il direttore generale Marco Patuano, non si fidano e per carpire eventuali manovre occulte organizzano un hackeraggio in grande stile ai danni di Angra Partners.

La decisione viene presa da Dal Pino, mentre l’organizzazione del lavoro, la regia, è opera di Patuano. Dal Pino si rivolge a Jannone, che riporta a verbale quello che il suo superiorie gli avrebbe detto: «Cosa si può fare? Si possono fare delle intrusioni su questi per capire un attimo, si può fare qualcosa di pesante per capire se stanno veramente trattando, o invece ci vogliono fregare l’azienda?».

Non avendo le risorse e le competenze in casa, Jannone pone la questione a Fabio Ghioni, il capo del Tiger Team di Telecom Italia, la squadra di esperti informatici della quale si serviva anche Giuliano Tavaroli. Ghioni, senza battere ciglio, si imbarca su un aereo e appena giunge in Brasile riceve una mail da Jannone : “Ricordati che abbiamo un incontro con Patuano”.

Cosa poi avvenne, tra il 15 e il 18 luglio, lo mette a verbale Jannone: “Durante l’incontro Patuano non esplicitò il suo interesse per l’intrusione informatica, ma si parlò di come organizzare il lavoro, ci fu un accenno di come organizzare il lavoro. Cosa che invece fu poi più chiaramente esplicitata dopo nelle riunioni successive”.

La prima esigenza di Jannone è trovare le risorse finanziarie. Le chiede a Patuano e riferisce del colloquio a Ghioni. “Va bene ho parlato con Patuano, mi ha detto che gli facciamo un contratto di penetration test, o vulnerability assessment e si pagheranno in questo modo”. Ghioni chiede 150mila euro, ai quali verranno aggiunti altri 10mila euro. L’attività prende piede e le riunioni con Patuano continuano, fino ad arrivare al primo scarico di materiale, “che credo fosse avvenuto il 10 agosto, tramite Skype”, specifica l’ex capo della security brasiliana.

“Mi copio – spiega ancora Iannone – questa cartella dal computer di mia moglie, me la porto in ufficio e praticamente lì comincia, si crea il gruppo di lavoro che era costituito, per precise disposizioni di Patuano, che sono all’interno di una delle registrazioni consegnatevi, disposizioni che vengono date in presenza di Dal Pino. Cioè Patuano mi convoca e mi dice: ‘Allora ho appena finito di parlare con Paolo, si farà così’, il gruppo di lavoro dovrà essere costituito da te, da uno della Security, scegli tu, poi Girardi, perché lui è una memoria storica e ovviamente il legale, Raffaello Savarese’, che era il numero due dell’ufficio legale brasiliano”.

Patuano poi spiega, secondo la ricostruzione di Jannone, come deve avvenire il lavoro. “I dati grezzi li dovete esaminare e analizzare solo voi, fate una prima scrematura e poi da questa scrematura devono essere prodotti dei report”. Jannone aggiunge i timori di Patuano che quelle attività, non certo delle più raccomandabili, avvenissero in azienda: “Aveva delle perplessità che il lavoro si svolgesse all’interno degli uffici, quindi voleva che addirittura che trovassero un posto fuori dal Brasile”.

Alle dichiarazioni di Jannone, Patuano ha risposto davanti ai magistrati: “Rammento di aver raccomandato a Jannone di non utilizzare tecniche disinvolte nell’espletamento dei suoi compiti. Avevo la precisa preoccupazione che comportamenti spregiudicati potessero avere ricadute negative sull’azienda”. E aggiunge: “In quel contesto proprio per evitare operazioni spregiudicate da parte della security stavo pensando di costituire un gruppo di lavoro con all’interno un legale che potesse svolgere il compito di consulente per Jannone, del quale avevo constatato l’eccessivo protagonismo. Non ho mai concordato o tollerato attività di intrusione informatica”.

Questa la replica di Telecom Italia

In relazione all’articolo pubblicato in data odierna su Repubblica.it dal titolo Jannone, “Patuano organizzò i dossier illegali”. L’accusa dell’ex manager della security a firma Walter Galbiati, si evidenzia che le dichiarazioni del dott. Angelo Jannone sono state rese all’Autorità Giudiziaria tra il 2006 e il 2008, ed evidentemente non considerate fondate (nonostante Jannone le abbia ripetute nel 2011) poiché l’Autorità Giudiziaria non ha ritenuto di aprire alcun procedimento penale a carico del dott. Marco Patuano.

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