Banche europee: buco da 123 miliardi

11 Agosto 2016, di Alberto Battaglia

Già profondamente colpita dalla sfiducia degli investitori, Deutsche Bank deve ora fare i conti con un’altro, impietoso, giudizio: secondo uno studio elaborato dall’istituto Zew di Mannheim, in caso di scenario avverso, mancherebbero alla prima banca privata tedesca capitali per 19 miliardi di euro.

Questo stress test, sottolineano gli esperti dell’istituto, si fonda su criteri più severi di quelli dell’Eba, secondo i quali “non è emerso alcun fabbisogno di capitale per Deutsche Bank”, come sottolinea l’istituto.

I criteri utilizzati in questa simulazione di grave crisi finanziaria, che assume un crollo dei mercati azionari del 40%, ricalcano quelli della Federal Reserve americana, particolarmente focalizzati sul leverage ratio che misura quanto le operazioni finanziarie operate dalla banca siano compiute con risorse a debito.

Nel complesso, delle 51 banche sottoposte recentemente all’esame dell’Eba i parametri adottati dall’istituto Zew mostrano un fabbisogno mancante di 123 miliardi di euro: fra tutte è proprio Deutsche a risultare la più vulnerabile come livello patrimoniale, seguita da Société Générale (cui mancherebbero 13 miliardi) e Bnp Paribas (10 miliardi di buco).

“Gli Stati Uniti hanno capito la lezione e varato, già nel 2008, vasti interventi di ricapitalizzazione del settore bancario” mentre “in Europa manca ancora la volontà politica”, dice Sascha Steffen capo del team di ricerca Zew.

Secondo l’analista “permettere” che in un sistema così bisognoso di capitale siano stati distribuiti dividendi per 40 miliardi nel 2015 “implica un trasferimento di ricchezza dagli obbligazionisti subordinati all’azionariato, cosa che aumenta le possibilità di bail-in.

Inoltre, ciò potrebbe essere visto anche come un passaggio di denaro dai contribuenti agli azionisti, visto che l’intervento pubblico è permesso dalle regole di ristrutturazione vigenti”. Negli Stati Uniti questo genere di trasferimento non sarebbe possibile per le banche che soffrono di scarsa solidità patrimoniale, precisa Steffen. In casi del genere, infatti, la Fed impedisce il passaggio dell’utile agli azionisti.