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La riunione di politica monetaria della Federal Reserve di mercoledì 29 luglio sarà osservata con ancora più attenzione del solito. Il neo governatore Kevin Warsh (nella foto) ha espresso apertamente la propria contrarietà alla forward guidance, ossia alla prassi con cui le banche centrali si impegnano preventivamente su future decisioni di politica monetaria, limitando così la propria capacità di reagire con flessibilità all’evoluzione dello scenario.
Se il nuovo presidente della Fed manterrà questo approccio, da ora in avanti ogni riunione della banca centrale potrà potenzialmente tradursi in un intervento sui tassi di interesse ora al 3,5%.
L’economia Usa continua a crescere
L’economia statunitense continua a dimostrare una notevole resilienza. Ha attraversato un ciclo di rialzi dei tassi particolarmente aggressivo, una guerra commerciale e persino un conflitto militare, eppure gli ultimi dati macroeconomici restano solidi. Le vendite al dettaglio crescono del 6,7% su base annua, gli indicatori regionali dell’attività economica rimangono robusti e l’indice della fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan continua a migliorare.
Questa resilienza è sostenuta dagli investimenti record effettuati dal settore tecnologico e all’interno dello stesso comparto, che alimentano a loro volta il cosiddetto effetto ricchezza. Al contrario, il mercato immobiliare e i settori non tecnologici mostrano una dinamica stagnante. Nel complesso, il divario di produzione degli Stati Uniti resta positivo e le previsioni indicano che rimarrà tale anche nei prossimi due anni.
Gli ultimi dati sull’inflazione, sia al consumo sia alla produzione, sono risultati più contenuti rispetto ai timori del mercato. Tuttavia, rispettivamente al 3,5% e al 6,6%, i livelli restano elevati. Inoltre, il venir meno del memorandum di Islamabad, il nuovo blocco dello Stretto di Hormuz (con il probabile coinvolgimento anche dello stretto di Bab el-Mandeb) e il conseguente rialzo dei prezzi dell’energia rischiano di rendere questi dati già superati.
In questo contesto, considerando che Kevin Warsh è stato particolarmente esplicito nel ribadire l’intenzione di riportare l’inflazione al target dopo cinque anni di valori superiori all’obiettivo, secondo Kevin Thozet, membro del comitato investimenti di Carmignac, la riunione di mercoledì assume un’importanza ancora maggiore.
La Fed potrebbe alzare i tassi a settembre
Al di là dell’alternanza tra guerra e tregua o della riapertura e chiusura dello Stretto di Hormuz, secondo Carmignac stanno emergendo effetti di isteresi. In altre parole, anche nel caso di un nuovo cessate il fuoco o della firma di un ulteriore memorandum d’intesa, la possibilità di un rialzo dei tassi potrebbe restare concreta. L’economia statunitense continua, infatti, a dimostrarsi resiliente e gli operatori economici, dopo essere stati smentiti più volte dagli eventi, tendono ormai a considerare l’instabilità in Medio Oriente come un rischio ricorrente, destinato a riemergere ciclicamente.
La questione centrale è capire se Kevin Warsh stia semplicemente cercando di orientare le aspettative dei mercati oppure stia realmente preparando il terreno per un cambio di rotta della politica monetaria. Per il momento, la sua retorica particolarmente restrittiva potrebbe essere sufficiente a influenzare le aspettative, ma questo effetto non potrà durare indefinitamente: prima o poi i mercati vorranno una conferma concreta sotto forma di un effettivo rialzo dei tassi.
Per gli esperti della società di gestione francese, settembre continua a rappresentare l’ipotesi più probabile. Entro quella riunione la Fed disporrà di altri due mesi di dati su inflazione, mercato del lavoro e attività economica, elementi che consentiranno di valutare se le recenti pressioni sui prezzi, in particolare quelle legate all’energia e all’instabilità in Medio Oriente, si stiano trasmettendo al resto dell’economia. Inoltre, la riunione di settembre sarà accompagnata dall’aggiornamento del Summary of Economic Projections, offrendo così una base più solida per giustificare un eventuale cambiamento di orientamento attraverso nuove stime su inflazione e crescita.
L’ipotesi di un intervento già a luglio, tuttavia, non può essere esclusa, soprattutto se la Fed dovesse ritenere opportuno dare credibilità alla propria comunicazione restrittiva prima che le aspettative d’inflazione inizino a disancorarsi.
Le implicazioni per i mercati obbligazionari
La parte iniziale della curva dei rendimenti Usa continua a offrire scarsa visibilità per assumere posizioni con convinzione. Investire su quella parte della curva significa formulare contemporaneamente due previsioni: l’evoluzione del conflitto e dei prezzi dell’energia da un lato e, dall’altro, stabilire se il nuovo orientamento restrittivo della Fed sia soprattutto una strategia di comunicazione oppure preluda a un effettivo cambiamento di politica monetaria. Su entrambi i fronti l’incertezza resta elevata e il mercato sconta già una probabilità di circa il 30% di un rialzo a luglio e di un aumento pienamente incorporato entro settembre.
Secondo Carmignac l’opportunità più interessante si colloca invece sulle scadenze più lunghe della curva, dove i rendimenti dovrebbero continuare a salire. Le aspettative d’inflazione per il 2027 e il 2028 restano infatti ancorate intorno al 2,5%, segnalando che il mercato attribuisce ancora una probabilità relativamente bassa a uno scenario di inflazione persistentemente elevata.