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Controlli fiscali, Corte dei Conti: boom di verifiche sui conti correnti

Nel 2025 il recupero dell’evasione ha superato i 19,4 miliardi di euro. Crescono i controlli digitali e le verifiche sui conti correnti, mentre la Corte dei Conti lancia l’allarme: solo il 14% delle somme richieste con gli avvisi bonari viene pagato spontaneamente.

L’Agenzia delle Entrate recupera sempre più risorse grazie ai controlli automatizzati, ma resta aperto il nodo della riscossione. È questo il quadro che emerge dalla Relazione sul Rendiconto generale dello Stato presentata dalla Corte dei Conti il 24 giugno 2026, che fotografa l’evoluzione della lotta all’evasione fiscale in Italia.

Il dato più significativo riguarda i risultati economici dell’attività di controllo. Nel corso del 2025 il Fisco ha recuperato complessivamente 19,423 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 18,790 miliardi del 2024. Una crescita che conferma l’efficacia del nuovo modello di controllo, sempre più basato sull’incrocio delle banche dati, sull’analisi digitale e sulla compliance preventiva.

Sempre più controlli digitali

Secondo la Corte dei Conti, la strategia dell’Agenzia delle Entrate sta cambiando profondamente. Le tradizionali verifiche svolte presso imprese e professionisti stanno progressivamente lasciando spazio a controlli automatizzati e centralizzati. A dimostrarlo sono i numeri. Dei 19,423 miliardi di euro recuperati nel 2025, ben 11,885 miliardi, pari al 61,2% del totale, derivano proprio dai controlli automatizzati.

Anche le verifiche sui conti correnti e sulle informazioni finanziarie sono aumentate in modo significativo. Rispetto al 2022, evidenzia la Corte, questo tipo di attività è cresciuto del 186%, confermando il sempre maggiore utilizzo delle banche dati finanziarie come strumento di contrasto all’evasione.

Le lettere di compliance portano oltre 2,6 miliardi

Una parte importante del recupero arriva dalla cosiddetta compliance, cioè dalle comunicazioni preventive con cui il Fisco invita il contribuente a regolarizzare spontaneamente eventuali anomalie. Nel 2025 queste lettere hanno generato versamenti per 2,662 miliardi di euro.

Lo strumento che ha dato i risultati migliori è quello relativo alle LIPE, le comunicazioni delle liquidazioni periodiche IVA, che da sole hanno prodotto incassi per quasi 1,73 miliardi di euro. L’obiettivo di questo sistema è semplice: favorire il ravvedimento spontaneo prima che si arrivi all’accertamento vero e proprio.

Ancora più rilevante è il contributo degli avvisi bonari, cioè le comunicazioni di irregolarità inviate dopo il controllo automatico delle dichiarazioni fiscali. Nel 2025 questo strumento ha consentito di recuperare 8,853 miliardi di euro. Dietro questo dato positivo, però, la Corte dei Conti individua una criticità che definisce strutturale. Analizzando le dichiarazioni relative ai periodi d’imposta dal 2020 al 2022 emerge infatti che il Fisco ha richiesto complessivamente 56 miliardi di euro di imposte dichiarate ma non versate. Di queste somme, però, solo il 14%, pari a meno di 8 miliardi di euro, viene pagato spontaneamente dopo l’arrivo dell’avviso bonario. L’86% restante finisce invece nella riscossione coattiva attraverso le cartelle esattoriali. Secondo la magistratura contabile questo comportamento sarebbe legato anche alla convinzione, ormai diffusa tra molti contribuenti, che prima o poi possano arrivare nuove rottamazioni delle cartelle o altre forme di definizione agevolata.

Meno accertamenti tradizionali, più tecnologia

La digitalizzazione sta modificando anche il lavoro degli uffici fiscali. Nel 2025 i recuperi derivanti dagli accertamenti ordinari – quelli effettuati attraverso verifiche tradizionali su IVA, imposte dirette e IRAP – si sono fermati a 4,096 miliardi di euro, con una diminuzione del 13,4% rispetto ai 4,730 miliardi registrati nel 2024.

Non significa però che l’attività di controllo sia diminuita. Al contrario, il numero degli accertamenti è aumentato del 18%, passando da 189.578 a 223.647 interventi. Sono cresciuti anche i controlli sui crediti d’imposta utilizzati in compensazione con il modello F24, arrivati a 11.827, e soprattutto le attività istruttorie sul territorio. Accessi brevi, controlli mirati e verifiche fiscali sono infatti passati da 18.316 del 2024 a 50.928 nel 2025, con un incremento del 178%. Di questi, 37.455 sono stati accessi brevi e oltre 7.800 hanno riguardato i controlli sugli Indici sintetici di affidabilità fiscale (ISA).

Accanto ai risultati positivi, la Corte dei Conti formula anche alcune osservazioni critiche sull’efficacia della selezione dei contribuenti da controllare. Più di un terzo degli accertamenti ordinari effettuati nel 2025 ha infatti prodotto recuperi molto contenuti. Su 223.647 controlli complessivi, ben 80.753, pari al 36,1%, hanno portato a una maggiore imposta accertata compresa tra 0 e 516 euro. Nel 2024 questa fascia rappresentava appena il 9,1% dei controlli. Un ulteriore 26,8% degli accertamenti, pari a 60.035 atti, si colloca invece nella fascia di recupero tra 5.164 e 25.823 euro. Per la Corte questo andamento suggerisce la necessità di migliorare i criteri con cui vengono selezionati i contribuenti da sottoporre a verifica.

Aumentano anche gli accertamenti annullati

Un altro elemento che preoccupa la magistratura contabile riguarda l’aumento degli accertamenti che si concludono senza alcun recupero. Nel 2025 la quota di controlli ordinari terminati con esito negativo oppure annullati completamente in autotutela è salita al 16,9%, quasi il doppio rispetto al 9,5% registrato nel 2024.

Per la Corte dei Conti questo dato rappresenta un segnale da non sottovalutare e impone all’Amministrazione finanziaria di approfondire le cause del fenomeno, verificando se i criteri di selezione utilizzati siano realmente efficaci nell’individuare le posizioni a maggiore rischio di evasione. Il quadro che emerge dalla Relazione è quindi duplice. Da un lato il Fisco recupera sempre più risorse grazie all’utilizzo delle tecnologie, dell’intelligenza dei dati e dei controlli automatizzati; dall’altro restano aperte due criticità: la scarsa propensione dei contribuenti a regolarizzare spontaneamente la propria posizione dopo gli avvisi bonari e la necessità di rendere più mirati gli accertamenti tradizionali, evitando verifiche che producono recuperi modesti o vengono successivamente annullate.