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Il mercato petrolifero archivia, almeno per il momento, i timori legati al conflitto in Medio Oriente. Il Brent ha cancellato integralmente i guadagni accumulati durante la guerra: il prezzo del barile con consegna ad agosto ha perso nelle contrattazioni notturne oltre l’1%, raggiungendo i 72,44 dollari, rispetto alla chiusura di 72,48 dollari del 27 febbraio, il giorno prima dell’inizio del conflitto.
Analogo il trend per il Wti che, dopo aver raggiunto in marzo un massimo superiore a 119 dollari al barile, si trova ormai vicino alla soglia di 67 dollari registrata prima dell’escalation. Secondo quanto dichiarato da Carolyn Kissane, associate dean del Center for Global Affairs della New York University, all’agenzia Bloomberg, il mercato ha compiuto una rapida inversione di narrativa: nel giro di meno di due settimane si è passati dal timore di una carenza di offerta alla convinzione che la disponibilità di greggio possa superare la domanda.
Distensione tra Washington e Teheran
A favorire il raffreddamento dei prezzi è stato soprattutto il progresso dei negoziati tra Stati Uniti e Iran. Entrambe le parti hanno segnalato passi avanti nei colloqui avviati per porre fine alle ostilità, pur mantenendo posizioni non sempre coincidenti sui contenuti dell’intesa.
L’ottimismo degli investitori si è tradotto in una maggiore fluidità dei traffici marittimi attraverso lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio energetico globale.
Secondo i dati della società di tracciamento Kpler, oltre 20 petroliere, con un carico complessivo stimato in circa 35 milioni di barili di greggio atteso ai porti di destinazione in Asia entro l’inizio di agosto, hanno attraversato lo Stretto di Hormuz dopo l’intesa tra Stati Uniti e Iran per la riapertura della rotta marittima strategica. Le navi, che non battevano bandiera iraniana, erano rimaste bloccate nel Golfo Persico per oltre tre mesi, a seguito della chiusura de facto del passaggio da parte di Teheran nelle fasi iniziali del conflitto.
Permangono tuttavia elementi di incertezza geopolitica. La Marina dei Pasdaran iraniani ha avvertito che il transito nello Stretto sarà consentito esclusivamente lungo rotte designate da Teheran, ribadendo che eventuali violazioni delle istruzioni comporteranno interventi. Un segnale che indica come, nonostante la distensione, il rischio operativo lungo uno dei principali chokepoint energetici globali resti ancora presente.
J.P. Morgan taglia le stime sul Brent
In questo contesto J.P. Morgan ha rivisto al ribasso le proprie previsioni sul Brent per la seconda metà del 2026. La banca d’affari prevede ora un prezzo medio di 86 dollari al barile nel terzo trimestre e di 80 dollari nel quarto trimestre, con una quotazione attesa a 78 dollari entro la fine dell’anno.
Alla base della revisione vi sono prelievi dalle scorte commerciali dell’area Ocse inferiori alle attese e una domanda globale più debole rispetto alle precedenti stime. Secondo gli analisti, il riequilibrio del mercato è avvenuto principalmente attraverso una riduzione dei consumi piuttosto che tramite un significativo assorbimento delle scorte.
I flussi petroliferi globali viaggiano attualmente intorno a 8,6 milioni di barili al giorno e hanno registrato una media di 6,3 milioni di barili giornalieri nel mese di giugno, livelli superiori rispetto a quelli osservati in aprile e maggio.
La banca ritiene inoltre che, dopo una fase di produzione massimizzata nella parte finale del 2026, possa rendersi necessario un intervento di riduzione dell’offerta all’inizio del 2027 per evitare che l’eccesso di greggio previsto nel mercato eserciti ulteriori pressioni ribassiste sulle quotazioni.
Riviste al ribasso anche le stime di Citi. Gli analisti della banca Usa hanno osservato che il peggio potrebbe essere ormai alle spalle per le strategie di “curve-carry” sulle materie prime, penalizzate durante la guerra USA-Iran dallo shock sui prezzi a breve termine. Questo tipo di operatività si basa sullo sfruttamento della forma della curva dei futures: gli investitori tendono a vendere i contratti a breve scadenza e ad acquistare quelli a scadenze più lontane, beneficiando di una struttura di mercato stabile o in contango moderato.
L’istituto prevede ora un ritorno verso uno scenario di de-escalation strutturale, con il Brent atteso in area 60-65 dollari al barile nei prossimi 6-12 mesi, sottolineando come eventuali rialzi estivi vadano considerati opportunità di vendita.