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Dopo tre anni in rally, l’oro prende fiato. Nelle ultime ore, le quotazioni del metallo prezioso hanno bucato la soglia psicologica dei 4.000 dollari l’oncia per la prima volta dallo scorso novembre: in mattinata, il prezzo spot dell’oro si attestava a 3.983,22 dollari l’oncia, in calo dello 0,43%.
Fine del super ciclo?
Negli ultimi tre anni il metallo giallo ha registrato performance a doppia cifra, più che raddoppiando il proprio valore grazie agli acquisti di banche centrali, gestori istituzionali e investitori retail. Il rally ha raggiunto il culmine a fine gennaio, quando le quotazioni hanno sfiorato il record storico di 5.600 dollari l’oncia.
Da allora il mercato ha progressivamente perso slancio. Il ribasso accumulato supera ormai il 20% rispetto ai massimi, una soglia che nella terminologia finanziaria viene generalmente associata all’ingresso in una fase di mercato ribassista.
Tra gli elementi che hanno contribuito al cambio di scenario figura anche il conflitto tra Stati Uniti e Iran. L’aumento dei prezzi energetici ha alimentato le pressioni inflazionistiche e, di conseguenza, le aspettative di un costo del denaro più elevato. Le dichiarazioni del presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, incentrate sulla necessità di mantenere alta l’attenzione sull’inflazione, hanno rafforzato le attese di ulteriori rialzi dei tassi di interesse. Per l’oro, che non genera rendimenti periodici, l’aumento dei tassi rappresenta tradizionalmente un fattore negativo. Gli investitori tendono infatti a privilegiare strumenti remunerativi come i Treasury statunitensi, il cui rendimento cresce al crescere dei tassi ufficiali.
In questo contesto, il dollaro ha recuperato terreno sui mercati valutari, registrando un apprezzamento vicino all’1% nell’ultima settimana. Un biglietto verde più forte rende infatti l’oro, quotato in valuta americana, più costoso per gli investitori internazionali e ne riduce l’attrattiva.
Le banche d’affari riducono le previsioni
Il nuovo quadro ha spinto diversi istituti internazionali a rivedere le proprie stime sul metallo prezioso. Goldman Sachs ha tagliato di 500 dollari la previsione di fine anno, pur continuando a vedere l’oro a 4.900 dollari l’oncia entro dicembre. Anche Deutsche Bank ha corretto al ribasso le proprie aspettative, riducendo del 17% la stima per il quarto trimestre.
Secondo gli analisti, pesano anche i continui deflussi dagli ETF garantiti da oro fisico, tradizionalmente una delle principali fonti di sostegno per il mercato. Segnali di debolezza arrivano inoltre dalla Cina, dove gli sconti praticati sul mercato domestico rispetto alle quotazioni Comex indicano una domanda di importazione meno dinamica.
Secondo Benoît Harger, Portfolio Manager del JSS Commodity Transition Enhanced Fund di J. Safra Sarasin, la recente flessione dell’oro non modifica le prospettive positive di lungo periodo del metallo prezioso. Harger osserva tuttavia che i fattori strutturali che hanno sostenuto il mercato negli ultimi due decenni rimangono intatti. A suo giudizio, l’economia statunitense appare troppo indebitata per sopportare a lungo un contesto di tassi elevati: famiglie, imprese e finanze pubbliche risentirebbero infatti di costi di finanziamento più onerosi, con effetti potenzialmente recessivi. Per questo motivo, il gestore ritiene probabile un ritorno a politiche monetarie più accomodanti e a futuri tagli dei tassi, uno scenario generalmente favorevole all’oro.
Un ulteriore elemento di sostegno arriva dalle banche centrali. Secondo l’ultimo sondaggio del World Gold Council conferma il rafforzamento del ruolo strategico dell’oro nelle riserve ufficiali: il 45% delle banche centrali prevede di aumentare le proprie disponibilità nei prossimi dodici mesi, mentre solo l’1% ipotizza una riduzione. Il metallo giallo viene sempre più considerato una componente strutturale delle riserve, oltre che un tradizionale bene rifugio.
“L’oro rappresenta un asset assicurativo”, sottolinea Harger, evidenziando come una quota strategica del metallo in portafoglio possa offrire protezione contro il rischio sovrano, l’indebolimento delle valute e l’aumento dell’indebitamento pubblico. In questa prospettiva, conclude il gestore, la volatilità di breve periodo non compromette il ruolo dell’oro come bene rifugio e strumento di diversificazione nel lungo termine.
Banche centrali sempre più orientate sull’oro
A proposito delle banche centrali, Simone Manenti, amministratore delegato di Confinvest Oro, rileva che la crescente domanda è alimentata dall’esigenza di diversificare gli asset, proteggersi dall’inflazione e ridurre i rischi geopolitici in un contesto segnato da conflitti, tensioni commerciali e instabilità finanziaria. Il manager evidenzia inoltre una maggiore attenzione alla custodia fisica delle riserve: pur restando la Banca d’Inghilterra il principale deposito internazionale, cresce il numero di banche centrali che scelgono di riportare parte dell’oro in patria o di diversificare le sedi di stoccaggio.
Manenti sottolinea come l’Italia rappresenti un caso emblematico, grazie alle consistenti riserve auree accumulate nel tempo, che contribuiscono a rafforzare la credibilità finanziaria del Paese e la fiducia degli investitori.
Nel 2025 gli acquisti netti delle banche centrali hanno raggiunto circa 850 tonnellate, un livello inferiore ai record del triennio precedente ma ancora storicamente elevato. Tra i principali acquirenti figurano Cina, Polonia, Turchia e India.
Per Manenti, il comportamento delle banche centrali offre un’indicazione importante anche agli investitori privati: l’oro continua a essere percepito come uno strumento di diversificazione, protezione e conservazione del valore in uno scenario caratterizzato da elevata incertezza e da una progressiva ridefinizione degli equilibri finanziari globali.