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Il mercato petrolifero torna a respirare dopo settimane di tensioni geopolitiche. Le quotazioni del greggio hanno registrato un brusco ribasso nella serata di domenica, in seguito alle dichiarazioni del presidente americano Donald Trump sull’avanzamento dei colloqui con l’Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz, snodo strategico da cui transitava, prima del conflitto, circa il 20% dell’offerta mondiale di petrolio.
Il West Texas Intermediate (Wti) ha ceduto oltre il 5%, scendendo a 91,65 dollari al barile, mentre il Brent del Mare del Nord ha perso quasi il 5% attestandosi a 98,30 dollari. La correzione arriva dopo settimane di estrema volatilità alimentata dal conflitto tra Washington, Tel Aviv e Teheran.
Trump: “Tempo dalla nostra parte”
In un messaggio pubblicato sui social, Trump ha definito i negoziati con l’Iran “ordinati e costruttivi”, precisando tuttavia di aver chiesto ai propri emissari di non accelerare verso un’intesa immediata.
Secondo il presidente americano, gran parte dell’accordo per la riapertura di Hormuz sarebbe già stata definita e l’annuncio ufficiale potrebbe arrivare a breve. Una prospettiva che i mercati hanno interpretato come un possibile ritorno graduale alla normalizzazione dei flussi energetici dal Medio Oriente.
Resta tuttavia elevata la cautela degli operatori. Negli ultimi mesi la Casa Bianca aveva già lasciato intendere più volte una possibile distensione con Teheran, salvo poi assistere a nuove escalation militari e a improvvisi rialzi del greggio.
Lo Stretto di Hormuz resta il barometro del mercato
La crisi si è intensificata dopo gli attacchi statunitensi e israeliani del 28 febbraio contro l’Iran, culminati nell’uccisione della guida suprema Ali Khamenei e di altri vertici della Repubblica islamica. Da allora Teheran ha imposto un blocco di fatto sul traffico navale nello Stretto di Hormuz, autorizzando il passaggio delle navi solo previa approvazione iraniana.
La misura ha provocato una drastica riduzione delle esportazioni energetiche dal Golfo Persico, innescando una delle più gravi interruzioni dell’offerta petrolifera nella storia recente.
Washington ha reagito imponendo un blocco sui porti e sulle navi iraniane. Trump ha ribadito che le restrizioni statunitensi resteranno “pienamente operative” fino alla firma e alla certificazione definitiva di un accordo.
Prezzi ancora sopra i livelli pre-crisi
Nonostante il calo delle ultime sedute, il bilancio degli ultimi mesi resta fortemente rialzista. Dall’inizio delle ostilità tra Stati Uniti, Israele e Iran, il petrolio aveva guadagnato oltre il 30%, spinto dai timori di una paralisi prolungata delle rotte energetiche mediorientali.
La discesa delle quotazioni riflette ora un cambio di sentiment: gli investitori iniziano a scommettere sulla possibilità che il rischio geopolitico venga progressivamente riassorbito. Tuttavia, il mercato continua a muoversi in un contesto estremamente fragile, dove ogni sviluppo diplomatico o militare può determinare nuove oscillazioni improvvise.
Julius Baer: “Il petrolio come una gara di tiro alla fune”
Secondo Norbert Rücker, Head Economics and Next Generation Research di Julius Baer, il mercato sta vivendo una fase di equilibrio precario tra tensioni geopolitiche e tentativi pragmatici di ripresa degli scambi commerciali.
“Osservare l’andamento del mercato petrolifero è come assistere a una gara di tiro alla fune”, osserva Rücker. “I timori di una nuova escalation militare si sono nuovamente dissipati, dopo aver spinto la scorsa settimana i prezzi del petrolio oltre i 110 dollari”.
L’analista sottolinea come, al di là della “nebbia politica” che avvolge i rapporti tra Stati Uniti e Iran, stiano emergendo alcuni segnali concreti di normalizzazione. “Probabilmente sulla base di recenti accordi bilaterali, il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz sta riprendendo”, spiega Rücker, evidenziando il ritorno graduale di petroliere e metaniere dirette verso l’Asia.
L’esperto osserva inoltre che il mercato petrolifero starebbe ormai entrando in una nuova fase di assorbimento dello shock iniziale.
“Il mercato petrolifero ha superato la reazione iniziale di shock e si è stabilizzato in un regime di assorbimento del deficit tramite il prelievo dalle scorte”, afferma Rücker. Gli Stati Uniti, insieme alla Cina e ad altri Paesi, starebbero agendo come “fornitori di ultima istanza”, aumentando le esportazioni di greggio e prodotti raffinati.
Secondo l’analista, le scorte commerciali e strategiche globali potrebbero garantire un approvvigionamento adeguato “oltre l’estate”, anche nel caso in cui l’attuale situazione di stallo dovesse protrarsi. L’esperto paragona il sistema energetico globale a “vasi comunicanti”: difficile immaginare, sostiene, che una sola area possa esaurire le proprie riserve prima delle altre.
Currie: “Mercati vicini ai livelli minimi operativi”
A raffreddare l’ottimismo dei mercati contribuiscono però le analisi di Jeff Currie, Chief Strategy Officer of Energy Pathways di The Carlyle Group ed ex responsabile globale delle commodity research di Goldman Sachs, secondo cui il sistema energetico globale starebbe entrando in una fase critica di scarsità fisica dell’offerta.
“I mercati petroliferi stanno raggiungendo i livelli minimi operativi in Asia, con l’Europa probabilmente la prossima e gli Stati Uniti che potrebbero affrontare carenze già da luglio”, ha dichiarato Currie durante la UBS Wealth Conference di Singapore.
Lo strategist spiega che i dati aggregati sulle scorte globali rischiano di fornire una rappresentazione fuorviante della situazione reale. Una parte significativa del greggio immagazzinato nel mondo, infatti, non sarebbe immediatamente disponibile per il mercato perché necessaria a mantenere operativi oleodotti, terminali e sistemi di stoccaggio. A ciò si aggiunge, che le tensioni potrebbero estendersi rapidamente anche all’Europa, oggi sostenuta dalle esportazioni straordinarie di greggio e carburanti dagli Stati Uniti.
“Tutte le scorte che vengono prelevate dalla Strategic Petroleum Reserve americana stanno finendo in Europa”, osserva Currie. “Gli europei pensano di non avere problemi perché ricevono petrolio dagli Stati Uniti, ma questa situazione non può continuare”.
Secondo lo strategist, il mercato europeo potrebbe iniziare a mostrare segnali di stress entro poche settimane, mentre gli Stati Uniti rischierebbero difficoltà più evidenti nel pieno della driving season estiva. “Asia, ci siamo già. Europa, ancora un mese circa. E luglio potrebbe diventare problematico per gli Stati Uniti”, ha affermato.