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Di fronte alla frammentazione dei sistemi di pagamento e alla crescente influenza delle Big Tech, l’Europa accelera sul progetto dell’Euro Digitale. Non un semplice sostituto del contante, ma un’infrastruttura pubblica capace di garantire autonomia strategica e nuove funzioni per cittadini e imprese.
Abbiamo approfondito il tema con il CEO di Excellence Payments, Andrea Gnetti, autore del libro “Banconote Digitali”, per capire chi guiderà questa rivoluzione e quali saranno i benefici reali per gli utenti finali.
Chi sono gli utenti più pronti all’euro digitale: cittadini, aziende o istituzioni? E chi lo adotterà per primo secondo lei?
“I più pronti sono le imprese e le istituzioni che già utilizzano circuiti di pagamento per i loro incassi – come Bancomat, Mastercard o Visa – e che saranno obbligate ad accettarlo per legge, rispettando i criteri di esperienza d’uso definiti dalla BCE. Ma i veri protagonisti saranno i cittadini: l’Euro Digitale nasce per loro e saranno le loro scelte quotidiane a decretarne il successo.
Attraverso il Rulebook – ovvero l’insieme di regole tecniche e operative che ne stabiliscono il funzionamento – la BCE vuole assicurarsi che questa moneta sia semplice da usare e visibile quanto i migliori sistemi oggi sul mercato. La facilità d’uso, però, non basta. Servono altre due condizioni. La prima è politica: il trilogo, cioè il negoziato tra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo, deve approvare un impianto normativo che dia valore reale ai cittadini, evitando un eccessivo compromesso.
La seconda è pratica: servono motivi concreti per preferirlo. Qui pubblica amministrazione e settore privato hanno un ruolo decisivo. Pensiamo a un rimborso fiscale o alla liquidazione di un sinistro accreditati in tempo reale sul wallet: è in scenari come questi che una possibilità tecnica diventa un’abitudine”.
Dove vede il bisogno più forte per l’euro digitale: pagamenti quotidiani, e-commerce, trasferimenti o rapporti con la PA? Come dovrebbe differenziarsi dagli altri strumenti?
“Come ho scritto nel mio libro, oggi nessun cittadino europeo sente il bisogno dell’Euro Digitale. Gli strumenti attuali soddisfano le necessità percepite, ma lo fanno in modo frammentato tra negozi fisici, spesso sistemi diversi per l’e-commerce e specifiche applicazioni per scambiarsi denaro tra amici. Il progetto della BCE punta a superare questa divisione affiancando alle soluzioni esistenti un unico mezzo di pagamento pubblico: uno standard interoperabile nell’area euro capace di coprire ogni situazione, dalla cassa del supermercato all’acquisto online, fino all’invio di fondi tramite link o alias. Oltre a questa versatilità, lo strumento introduce funzioni che oggi non troviamo facilmente integrate nei pagamenti tradizionali. Penso ai pagamenti condizionati: la possibilità di vincolare il saldo di una transazione – ad esempio per una casa vacanze o una consegna – al verificarsi di un evento certo. In questo caso la BCE agirebbe come un garante neutrale, offrendo una tutela pubblica e gratuita che oggi richiede l’intervento (e le commissioni) di piattaforme terze. C’è poi il tema della privacy.
L’Euro Digitale vuol essere il gemello digitale del contante, non il suo sostituto: per i pagamenti di prossimità, due persone potranno scambiarsi piccoli importi avvicinando gli smartphone in modalità offline. In questo caso la transazione non potrà essere ricostruita ex post, garantendo un livello di riservatezza che le attuali soluzioni elettroniche non possono offrire”.
Mentre la BCE accelera, il quadro internazionale è meno lineare: perché l’Europa dovrebbe puntare sull’euro digitale? Può davvero essere ampiamente adottato dai cittadini?
“Per rispondere a questa domanda dobbiamo guardare indietro al 2019, a Menlo Park. Il progetto Libra di Facebook è stato il vero Big Bang dell’Euro Digitale: ha mostrato alle istituzioni che il rischio di perdere la sovranità monetaria a favore di una Big Tech non era fantascienza. Oggi paghiamo con estrema facilità grazie all’efficienza di banche e circuiti internazionali, ma l’Europa sconta un limite strutturale: non possiede un’infrastruttura di pagamento digitale che copra l’intera area euro. Esistono sistemi nazionali molto efficienti in alcuni paesi, ma rimangono isole che non comunicano tra loro, rendendoci di fatto dipendenti da binari extra-europei per le transazioni oltre confine.
Resta aperto il dibattito su chi debba costruire l’alternativa: il privato, con iniziative come EPI (European Payments Initiative) o EuroPA (European Payments Alliance), o il pubblico, con la BCE. La risposta più probabile, e anche la più utile, è che le due strade non siano alternative ma complementari: l’Euro Digitale come standard pubblico interoperabile, le soluzioni private come canali di adozione e innovazione sopra quello standard. Perché il progetto produca davvero valore, però, il trilogo dovrà dargli funzioni concrete: un Euro Digitale troppo prudente farebbe fatica a vincere l’inerzia di un mercato già efficiente e a conquistare un’adozione di massa”.